Viaggio nel campo di Auschwitz-Birkenau. Con i giovani per ridare dignità al ricordo

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Ilfattoquotidiano.it
Insieme all’associazione “Terra del fuoco”, abbiamo accompagnato un gruppo dei 3200 ragazzi che hanno visitato il ghetto di Cracovia e il campo di concentramento polacco. Si parte dal blocco 5 dove ognuno prende una foto di un prigioniero che lo accompagnerà lungo tutto il tragitto fino al death block.
Ad Auschwitz sono stati uccise circa 1 milione e 300mila persone. Un milione e 100mila erano ebrei. Gli altri prigionieri sovietici, omosessuali, rom, zingari, sinti, avversari politici, malati e criminali comuni. Insieme all’associazione “Terra del fuoco”, abbiamo accompagnato un gruppo dei 3200 ragazzi che hanno visitato il ghetto di Cracovia e il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz – Birkenau con i quattro “treni della memoria” partiti dall’Italia in occasione del 27 gennaio 2011, Giornata internazionale della memoria.

“Uno dei favori più grandi che si potrebbe fare al nazismo è proprio cadere nell’ottica dei grandi numeri”, spiega Oliviero Alotto, presidente 28enne di “Terra del fuoco”. “Noi non potremmo mai ridare la vita a un milione di persone ma possiamo tentare di ridare loro un po’ di dignità. Si tratta proprio della prima cosa che i nazisti toglievano alla loro vittime, con la rasatura dei capelli, la tuta a righe, la sottrazione di ogni oggetto e diritto, la riduzione a un numero tatuato sul corpo”. Per questo la visita dei ragazzi all’enorme campo di Auschwitz inizia dal blocco numero 5, dove appese al muro ci sono centinaia di foto di prigionieri con sotto la data del loro arrivo al campo e della loro morte. Un arco temporale in media di tre mesi.

Ad ogni ragazzo e ragazza viene chiesto di scegliere un prigioniero, di guardarne la foto e di annotarne il nome su un pezzetto di carta. Gli educatori dell’associazione invitano a vivere il resto della visita con gli occhi della persona scelta, di ricordarne il nome, di immaginarne il viso negli angoli innevati del campo. Ecco allora che ognuno immagina l’uomo o la donna della fotografia negli enormi capannoni di legno adibiti a dormitori, nelle latrine comuni senza scarico fognario, nelle piazze delle adunate che duravano anche 12 ore. E nei campi di lavoro. Per arrivare, alla fine, alle camere a gas e ai forni crematori.

La visita è accompagnata da alcune letture di Primo Levi. Un passo sulla forca dove venivano giustiziati ed esibiti come monito i prigionieri “indisciplinati”, uno sul freddo che avvolgeva il campo senza tregua, uno sul senso delle parole, uno infine sul muro della morte. Fa freddo, la temperatura è di molto sotto lo zero, la strada è gelata e ricoperta di neve. Ma come diceva Levi, per capire veramente il freddo bisogna averlo provato davvero, e lui l’ha fatto dal 22 febbraio 1944 al 27 gennaio 1945. Nei primi capannoni c’è quello che resta degli oggetti di cui venivano spogliati i prigionieri destinati alle camere a gas: una montagna di occhiali da vista, una di pennelli da barba e spazzole, un’altra di protesi.

Da lì si passa al blocco 11, il “death block”. È qui che i nazisti facevano gli esperimenti sul gas “Zyklon B”, il gas che verrà poi usato nelle camere di sterminio e in grado di uccidere una persone in massimo dieci minuti, quindici per i più resistenti. Ovviamente gli esperimenti venivano fatti sui prigionieri. Scendendo nei sotterranei troviamo le celle di rigore, grandi circa 5 metri quadrati dove venivano rinchiusi per giorni e giorni i prigionieri che si erano macchiati di qualche reato, come ad esempio la tentata evasione. È qui che è morto padre Massimiliano Maria Kolbe, il frate francescano polacco che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia nel bunker della fame. Mori il 14 agosto 1941.

Dopo un paio d’ore si arriva nella più estesa Birkenau, un’enorme distesa con 300 baracche in legno che poteva ospitare oltre 100mila prigionieri alla volta. Qui il treno arriva direttamente nel centro del campo, dove i deportati venivano fatti scendere e divisi per categorie e stato di salute. Chi era giudicato “non abile al lavoro” veniva mandato subito nella camere a gas. Con i ragazzi attraversiamo le quattro parti del campo: le due più grandi sono destinate agli uomini da una parte e alle donne dall’altra. Poi c’è il settore dei malati messi in quarantena e infine un angolo destinato agli zingari. C’è anche il cosiddetto “Canada”, l’angolo del campo privato delle SS, dove alcol e prostitute per i gerarchi non mancavano mai.

Qualche ragazzo non ce la fa più, non se la sente più di entrare nei blocchi, di vedere i letti a cassettoni, le latrine, le pareti graffiate, il filo spinato ovunque. Il campo è enorme, innevato, paradossalmente candido. Ma la foto dell’uomo o della donna conosciuto all’inizio della visita è sempre lì, davanti gli occhi, non esce più dalla mente. “In Italia c’è una grande cultura sulla resistenza e la deportazione, il passaggio adesso più importante è passare dalla conoscenza alla comprensione che tutto questo sia successo davvero”, spiega Oliviero Alotto.

Non parla più nessuno. In un vortice di sofferenza ci avviciniamo alle camere a gas, in fondo al campo di Birkenau. Alcune costruzioni sono crollate, ma non tutte. Entriamo nella più vicina, ben conservata, di mattoni scuri, dentro fa meno freddo. Una scritta invita al silenzio “in onore di chi qui ha ha perso la vita”. Le stanze del gas sono enormi, grigie, scure. Sul soffitto ci sono i bocchettoni dai quali usciva il gas. Adesso sono chiusi. Qualcuno preferisce uscire. Attraverso una stretta porta si arriva alle stanze dei forni. Sono grandi strutture, anch’esse di mattoni con gli sportelloni in ferro. Dei binari in acciaio aiutavano a buttarci i corpi dei cadaveri. Ad azionarli, ci spiegano, erano dei prigionieri ebrei, non i tedeschi. Uomini costretti a buttare nelle fiamme i propri fratelli.

Usciamo, fa freddo, ma si torna a respirare. Passiamo davanti al monumento della memoria di tutte le vittime dei fascismi dove si sta allestendo la cerimonia ufficiale di commemorazione. Qui apprendiamo che è venuto a mancare Kazimierz Smolen, sopravvissuto polacco del campo e anziano ex direttore del museo di Auschwitz. Smolen era tra i 7000 prigionieri che le truppe sovietiche trovarono ancora nel campo quando lo liberarono il 27 gennaio 1945. Numero di matricola 1327.

La visita si conclude alla cosiddetta “sauna”, l’ingresso posteriore del campo dove i deportati, una volta scesi dal treno, venivano spogliati, privati di tutti i loro averi (che venivano appunto sterilizzati nella “sauna”) e rasati. In fondo due muri ricoperti di fotografie, ma molto diverse da quelle della mattina. Ritraggono scene di vita quotidiana di donne, uomini, anziani e bambini. Sono felici, liberi, ridono. Sono le fotografie trovate nelle valigie dei deportati, prima che diventassero dei numeri, prima di perdere tutto.

Qui alcuni attori teatrali dell’associazione “Terra del fuoco” imbastiscono uno spettacolo per parlare della vita del campo, della quotidiana e folle disperazione dei prigionieri di Auschwitz. “È difficile, ma il nostro vuole essere un percorso educativo, vogliamo contribuire a costruire un cittadino più responsabile del domani”, spiega Alotto. “Da domani passiamo dalla memoria all’impegno per evitare il crearsi di quella che viene chiamata la “zona grigia” e di cui Primo Levi ha così bene tratteggiato i contorni nel libro ‘I sommersi e i salvati’. Al tempo del nazismo non c’erano solo vittime e carnefici, ma un substrato di un certo tipo di cultura che ha reso possibile le atrocità di Auschwitz e il diffondersi del virus del nazifascimo”. “Per questo proponiamo ai ragazzi di trasformare il pugno nello stomaco che provoca la visita ad un campo di sterminio in coscienza civica perché non capiti più”.

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