Verso il flop di Rio+20

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Ilfattoquotidiano.it

Non ci va nemmeno Obama, e abbiamo detto tutto. Il summit sullo sviluppo sostenibile che si terrà dal 20 al 22 giugno a Rio de Janeiro, in Brasile, si preannuncia un flop già dalle premesse. I presupposti ci sono tutti: un documento di massima sul quale non c’è nessun accordo e si bisticcia sulle virgole, una crisi economica e finanziaria dall’altra parte del globo e l’assenza di big del calibro di Angela Merkel, David Cameron e appunto Barack Obama. Aggiungiamoci gli Europei di calcio in Polonia e Ucraina e il quadro è perfetto.
In teoria il summit Onu Rio+20, interamente dedicato allo sviluppo sostenibile, dovrebbe costituire una pietra miliare del mondo che verrà. Le due versioni precedenti si sono tenute più di vent’anni fa (Stoccolma 1972 e ancora Rio de Janeiro 1992). Sul tavolo tutti i capitoli di come salvare il mondo mantenendo costante lo sviluppo dell’economia: riscaldamento climatico, green economy, biodiversità e tanto altro.
Insomma, un appuntamento da non mancare. Lo mancheranno eccome, invece, la tedesca Angela Merkel e l’inglese David Cameron, impegnati con la tempesta perfetta dell’euro e già con la testa al summit europeo del 28 giugno di Bruxelles, vertice che potrebbe, se non segnare l’implosione dell’Unione europea, almeno comportare la perdita di qualche pezzo, alias la Grecia. Ai grandi assenti si è aggiunto anche il presidente della Casa Bianca, impegnato notte e giorno in una campagna elettorale che stenta a decollare e con previsioni dal retrogusto piuttosto amaro per i democratici. A nulla sono valsi gli inviti, ufficiali e privati, del segretario generale Onu Ban Ki-moon, che ha praticamente pregato Obama di illuminare quello che si annuncia un fosco summit con la sua stella politica. Ma il rischio di fiasco per Rio+20 non dovuto tutto all’assenza dei vip. I negoziati che già fervono a Rio tra i rappresentati delle delegazioni internazionali non lasciano presagire niente di buono.
Secondo la Ong internazionale Third World Network il disaccordo è totale, perfino sui termini da usare. Alla perenne diatriba tra Paesi ricchi (Usa, Canada, Giappone e Ue) e in via di sviluppo (Cina e India) sull’ammontare dei finanziamenti e i limiti agli incentivi alle fonti di energia fossile, si aggiungono patetici bisticci sull’ordine delle frasi e sul significato delle parole da scrivere nel documento. L’associazione riferisce di un comma del testo dove i Paesi del G77 (l’organizzazione dei 131 Paesi in via di sviluppo rappresentati da Pakistan e Cina) chiedevano che venisse mantenuto il titolo ”Inquadrare nel contesto della green economy, le sfide e le opportunità derivanti dall’introduzione dei principi dello sviluppo sostenibile e dell’eliminazione della povertà”, richiesta respinta con forza da Stati Uniti, Svizzera, Unione Europea e Corea. O ancora diverse vedute addirittura sulle sfumature di concetti come “green economy” e “sviluppo”.
Il risultato è che il testo sul quale 180 governi dovranno discutere nei prossimi giorni è stato concordato solo al 20 per cento e le questioni fondamentali su cui i vertici governativi sono chiamati ad esprimersi sono “ancora irrisolte”, secondo quando riferisce Sha Zukang, il diplomatico cinese capo dipartimento Onu per gli Affari economici e sociali che presiederà il vertice. Insomma, come dice il direttore WWF, Jim Leape, “il rischio del fallimento dei colloqui è serio. I capi di Stato, che hanno un’occasione davvero unica per impostare un discorso sullo sviluppo sostenibile, devono impegnarsi più incisivamente”. In caso contrario, prosegue, “ci troveremo di fronte a due possibili scenari: un accordo debole, che non serve a nessuno, o ad un fallimento totale”.
D’altronde gli “accordi che non servono a niente” ai summit internazionali non sono certo una novità. L’ultimo “fiasco”, per citare gli ambientalisti, è stata la conferenza sul clima a Durban in Sudafrica lo scorso dicembre, dove i leader mondiali hanno partorito un nuovo trattato globale per la riduzione delle emissioni di Co2 e un Fondo verde per i Paesi più poveri solo a partire dal 2020, e nel quale Canada, Russia e Giappone si sono sfilati con nonchalance da Kyoto 2 (in aggiunta ai mai pervenuti Usa, Cina e India). E poi il fiaschetto di Copenaghen del dicembre 2009, dove mentre Obama e il premier cinese Wen Jiabao, il premier indiano Manmohan Singh, il presidente del Brasile Inàcio Lula da Silva e il presidente sudafricano Jacob Zuma, annunciavano uno “storico accordo sul clima” (storico ovviamente secondo loro), i leader europei erano ancora chiusi in una stanza a bisticciare per trovare una posizione comune europea, che alla fine non ci sarà. E intanto Legambiente, Kyoto club, Greenpeace, Fondazione symbola, Fondazione sviluppo ostenibile, Wwf scrivono una lettera a Monti per chiedere “una visione organica che tenga insieme la crisi economica, il rischio di cambiamenti ambientali irreversibili e la riduzione delle disuguaglianze tra fasce sociali e tra aree geografiche”. Insomma, non resta che sperare che dopo essersi fatto ascoltare a Bruxelles, Monti replichi anche oltreoceano.

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