Unione bancaria, unire i cocci dell’Euro

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L’Indro.it
Nelle intenzioni di Bruxelles, l’Unione bancaria dovrebbe essere tra le panacee dei guai dell’Euro. La proposta dei ’magici quattro’ (presidenti di Consiglio, Commissione, Bce ed Eurogruppo) approvata dai capi di Stato e di Governo lo scorso summit europeo del 28-29 giugno, ha fatto stappare molte bottiglie a Bruxelles.
L’instaurazione di una vigilanza centralizzata in seno alla Banca centrale europea e la possibilità per il nascituro fondo Ems di ricapitalizzare direttamente le banche in difficoltà dovrebbero, nelle intenzioni del legislatore europeo, cambiare una volta per tutte il corso della crisi dell’Eurozona. Innegabilmente, se il progetto dovesse davvero andare in porto, si tratterebbe di un momento fatidico dell’Unione europea che non sarà più quella che tutti noi conosciamo.
Il trasferimento della vigilanza a un’autorità centrale unica, da subito l’obiettivo più fattibile, costituisce il primo passo verso quell’unità economica e monetaria effettiva voluta dal Movimento federalista europeo fin dalle origini dell’Euro. Fino ad oggi, come scrive Daniel Gros, Direttore del Centre for European Policy Studies, le banche europee “nascevano internazionali ma morivano nazionali”.
I casi irlandesi e spagnoli, giusto per citarne due, mostrano quanto sia difficile per un’autorità di supervisione nazionale monitorare e controllare una realtà international come una grossa banca. Nel caso spagnolo, per di più la bolla immobiliare finanziata ad esempio dalle banche di risparmio era subito sfuggita al controllo della politica tentata dall’incassare un bel po’ di tasse su questo mercato gonfiato ad arte. Se a questo aggiungiamo la tendenza nazionale a non riconoscere i problemi fino all’ultimo minuto, la precarietà di un simile sistema diventa manifesta. Inutile dire che vista la struttura dei grandi istituti di credito (Bankia, Dexia, Ing, eccetera) e la doverosa appartenenza degli investitori e degli acquirenti di obbligazioni, il problema non può non ripercuotersi su scala europea.
Scarso fino ad oggi il potere dell’European Banking Authotity di base a Londra che poco può osare nei confronti dei supervisor nazionali. Ecco che la proposta made in Brussels di unione bancaria conferisce inediti poteri alla Bce di Mario Draghi che dovrebbe consentire in tutta l’Unione europea una migliore prevenzione e gestione delle crisi, spesso innescate proprio dal settore bancario. E questo le banche sembrano averlo capito. Non c’è stato infatti bisogno di insistere per convincere 27 grossi istituti di credito europei ad aumentare il loro capitale liquido (’capital buffer’) da 76 a 94,4 miliardi di euro per mettersi parzialmente al riparo da future tempeste. D’altronde, ad essere maliziosi, il grosso di questi soldi veniva dalla Bce a tasso agevolatissimo (0,75 %). “Le banche europee sono adesso in una posizione più forte che dovrebbe supportare i prestiti all’economia reale e gradualmente rimettere in piedi il sistema”, ha commentato Andrea Enria, presidente italiano dell’EBA.
Ma quest’unione bancaria conviene veramente? Ovviamente è impossibile avere una risposta univoca. A sentire Hans-Werner Sinn, numero uno dell’Institute for Economic Research (Ifo), e altri 160 economisti tedeschi, si tratterebbe di uno strafalcione che non farebbe altro che danneggiare le casse tedesche. Ma secondo i tecnici di Bruxelles si tratterebbe dell’unico modo di garantire una supervisione efficace a livello europeo, intervenire a salvare le banche sane e mettere in quarantena quelle ormai compromesse nonché, particolare da non sottovalutare, emarginare certe élite che a livello nazionale (tra banche e politica) hanno contribuito a creare tanti guai. Non a caso Mario Draghi ha chiesto “democrazia e trasparenza” per i nuovi poteri della Bce se questo progetto dovesse passare.
Ma allora è davvero fatta? Purtroppo No. L’Unione bancaria, così com’è stata concepita, non può prescindere dal fondo salva Stati Ems, ancora lontano dall’entrare in vigore. A dire il vero avrebbe dovuto diventare realtà dal 1 luglio 2012, ma i ritardi di ratifica in alcuni Paesi membri (vedasi Germania) stanno ritardando i tempi. A Berlino l’Ems è finito addirittura alla Corte Costituzionale che proprio l’altro giorno ha fatto sapere di non poter trattare la questione con priorità. Di conseguenza i tempi di allungano. Ma senza Ems, la nuova unità bancaria non avrà i mezzi per aiutare concretamente le banche in difficoltà, dal momento che proprio dall’Ems arriveranno i soldi e che per questo da fondo salva Stati meriterebbe il nome fondo salva banche.
E infine l’Italia. Il downgrading da parte dell’agenzia Moody’s dei titoli italiani di certo non aiuta. Monti o non Monti, l’Italia perde credito sul mercato internazionale a 10 mesi dalle elezioni nazionali. E stando al clima politico che si respira in questi giorni, le cose non possono che peggiorare. Nella più rosea delle possibilità l’unione bancaria diventerà realtà tra un anno e il fondo Ems appena entrerà in vigore rischierà di restare a secco visti i 45 miliardi promessi alla Spagna e il capitolo Grecia ancora aperto. Paradossalmente l’unione bancaria potrebbe nascere quando non ci sarà più niente da unire.

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