Una poltrona per Monti al Consiglio europeo

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Ilfattoquotidiano.it
Mario Monti Presidente del Consiglio, sì ma europeo. L’ipotesi è tutto fuorché azzardata dal momento che il mandato dell’attuale Presidente Herman Van Rompuy scadrà a fine maggio e le quotazioni di Monti come salvatore dell’Italia e dell’Europa sono in ascesa. Certo questo implicherebbe l’uscita di scena anticipata del Professore dal palcoscenico italiano, ma in politica nulla è impossibile.
Quella del Presidente del Consiglio europeo costituisce al momento la carica più alta in Europa, anche se i confini del suo ruolo non sono ben definiti. Introdotto dal trattato di Lisbona a fine 2009, il presidente del Consiglio europeo è deputato principalmente a presiedere i lavori dei summit del Consiglio europeo. Si tratta delle vere riunioni che contano a Bruxelles, dove c’è da coordinare gli interventi dei vari Merkel, Cameron e Sarkozy al tavolo dei grandi. Al di là del ruolo di “bandiera dell’Ue”, la figura del presidente del Consiglio europeo è essenzialmente quella del “mediatore” tra i leader dei 27 Paesi europei. Un compito che Van Rompuy ha assolto con scrupolo ed efficienza.

D’altronde era proprio quello che i capi dell’Europa volevano nel novembre 2009, un abile mediatore, capace di mantenere un low-profile. Van Rompuy, allora premier cristiano-democratico (CD&V) del Belgio e pacato di natura, rispettava i requisiti che il futuro presidente doveva avere, compreso quello di starsene al posto suo. Proprio quest’ultimo fu molto prbabilmente uno dei principali motivi della bocciatura di Tony Blair, la cui candidatura faceva paura a molti. Il No a Blair venne motivato con il suo pieno appoggio alla guerra in Iraq, ma la verità è che un personaggio con un forte carisma personale e politico avrebbe rischiato di dare troppo potere ad una poltrona, quella del nascente presidente del Consiglio europeo, che avrebbe potuto cambiare gli equilibri. Avrebbe offuscato gli altri leader.

La stessa logica si adottò per la contemporanea nomina di Catherine Ashton ad Alto Rappresentante della Politica Estera Ue. La scelta della Baronessa sfiorò lo scandalo, si scelse qualcuno con esperienza internazionale pari a zero e il peso diplomatico di una piuma. E si che sul tavolo c’era il nome di Massimo D’Alema, che in Italia già si faceva chiamare Mister Pesc (la politica estera comunitaria) e che aveva addirittura incassato il sostegno del governo Berlusconi. Scartato D’Alema, Lady Ashton si vide catapultata nell’Olimpo della diplomazia europea, non soltanto incaricata di rappresentare la politica estera europea, ma soprattutto di amministrare i 7,5 miliardi di Euro di aiuti annui e a capo del super servizio diplomatico dell’Ue fatto di 5mila rappresentanti in tutto il mondo. Anche in questo caso, insomma, prevalse la logica del low profile.

Ed è proprio questo che potrebbe giocare a svantaggio di Mario Monti nella scelta del successore di Van Rompuy. Il professore ha ridato un po’ di credibilità all’Italia e ha messo una pezza a quello che a Bruxelles ormai si temeva per davvero: il crack dell’Italia e il conseguente collasso della moneta unica. Se con Berlusconi Sarkozy si permetteva di ridere, Monti viene ricevuto a Bruxelles come in tutte le capitali europee con rispetto e attenzione. Nel 2010 il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha chiesto proprio a Monti di redigere un rapporto sul completamento del mercato unico, “la spina dorsale dell’integrazione e della crescita sostenibile in Europa”, come si legge nella lettera di incarico.

Un personaggio come Monti in un ruolo chiave dell’Unione europea post Lisbona potrebbe realizzare il peggior incubo di tutti i governi nazionali europei, ovvero che l’Ue diventi una struttura che conta. L’elezione, come prevede l’articolo 15 comma 5 del Trattato sull’Unione Europea, avverrà a maggioranza qualificata proprio da parte del Consiglio europeo, quindi dei capi di Stato e di Governo dei Paesi Ue. In quella sede non sarà facile motivare un eventuale voto contrario nei confronti dell’uomo più benvenuto nelle corte europee e che il Financial Times ha definito “il miglior leader europeo”. E se la candidatura di Monti non dovesse passare al Consiglio, resta sempre la Commissione europea nel 2014, sempre che il premier per allora non abbia già traslocato al Quirinale.

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