#UE, la risposta europea alla balcanizzazione

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Pubblicato su L’Arena di Verona
Croazia_in_Eu

L’allargamento ai Paesi della penisola balcanica rappresenta da sempre una della sfide più grandi dell’Unione europea. Terra di conflitti e divisioni, l’intera regione è ancora oggi attraversata da profonde cicatrici etniche, sociali, economiche e religiose. Tuttavia l’implosione della Jugoslavia negli anni 90 ha evidenziato il bisogno di un nuovo posizionamento da parte degli attuali stati balcanici all’interno dello scacchiere geopolitico occidentale. Ecco che l’entrata nell’Unione europea è diventata per molti una scelta per certi versi inevitabile.

SLOVENIA, IL PRIMO PONTE TRA UE E BALCANI – Il 1 maggio 2004 la Slovenia è ufficialmente il primo paese della regione ad entrare nell’Unione europea – quell’anno sono ben 10 i Paesi ad aderire all’Ue. Soltanto due anni e mezzo più tardi (1 gennaio 2007) il Paese adotterà anche l’euro dicendo addio per sempre al vecchio tallero. Proprio la piccola Slovenia ha rappresentato così il primo ponte di Bruxelles verso la penisola balcanica, paese la cui popolazione rispecchia l’eterogeneità dell’intera area, vista la presenza di comunità serbe, croate e italiane. La stessa eterogeneità, sia pur senza gli scontri che si sono verificati altrove, la si trova dal punto di vista religioso, con l’83 % di cattolici, il 2,4 % di musulmani, il 2,3 % di ortodossi e il 2,2 % di protestanti. Da un paio d’anni la Slovenia è scossa da una profonda crisi economica e politica: economicamente l’anno scorso Lubiana ha rischiato di finire sulla lista dei Paesi bisognosi di aiuto internazionale, alla luce del suo sistema bancario spropositato e precario, del debito pubblico in aumento, dell’economia in contrazione, della disoccupazione in crescita e degli interessi sui titoli di Stati in rapido aumento. A peggiorare la situazione ci pensa una situazione politica altamente instabile. Proprio oggi (lunedì 5 maggio) Alenka Bratusek si è dimessa dalla guida del governo sloveno in seguito alla sconfitta nella recente corsa per la segreteria del suo partito, Slovenia Positiva (centrosinistra). La Bratusek aveva sostituito nel marzo 2013 il dimissionario Janez Janša (centrodestra) travolto da uno scandalo di corruzione.

CROAZIA, L’ULTIMA ARRIVATA – La Croazia è entrata nell’Unione europea il 1 luglio 2013, costituendo così la seconda delle sei repubbliche che facevano parte della Jugoslavia a divenire membro dell’Ue. Tra le condizioni che Zagabria ha dovuto soddisfare figura l’estradizione di alcune persone verso il Tribunale Internazionale sui crimini nella ex Jugoslavia, condizione che ha generato non pochi malumori nel Paese. Un ingresso carico di speranze per un paese in piena crisi economica, con un disoccupazione al 20 % e un Pil del 40% più basso della media europea. Al di là delle celebrazioni ufficiali, alcuni paesi, tra cui la Germania, avevano minacciato limitazioni all’ingresso dei lavoratori croati. In Italia la regione Veneto aveva addirittura chiesto una moratoria di due anni.

L’UE TRA SERBIA E KOSOVO – Bruxelles rappresenta forse il principale motivo di descalation tra Serbia e Kosovo dopo che quest’ultimo ha dichiarato la sua indipendenza da Belgrado il 17 febbraio 2008. Tuttavia non tutti i 28 Paesi Ue ne hanno riconosciuto l’indipendenza (non lo riconoscono per diversi motivi Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia). Proprio questi mancati riconoscimenti costituiscono il freno principale all’ingresso del Kosovo nell’Ue nonostante, in segno di apertura nei confronti dell’Europa, Pristina abbia addirittura adottato l’euro da anni. La Serbia, invece, costituisce ufficialmente un Paese candidato ad entrare nell’Ue – negoziati aperti il 1 gennaio 2014 – tanto che lo scorso 21 gennaio si è tenuta la prima conferenza intergovernativa con i rappresentanti dell’Unione europea. 

 

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