Tobin Tax, Europa pronta con chi ci sta. No britannico, sì tedesco, ni dell’Italia

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Ilfattoquotidiano.it
Avanti con chi ci sta. Dopo mesi, anzi anni di tormentone sull’introduzione in Europa di una tassazione sulle transazioni finanziarie (FTT), altresì chiamata Tobin Tax, al vertice di venerdì scorso tra i ministri europei delle finanze (Ecofin) è stato compito il primo passo verso l’introduzione della FTT almeno nei Paesi che danno l’ok. Impossibile d’altronde mettere tutti i 27 d’accordo, con Paesi come Gran Bretagna (contraria) e Francia (favorevole) che sulle transazioni finanziarie parlano lingue diverse. In dieci hanno detto si: Germania, Francia, Austria, Finlandia, Grecia, Slovenia, Belgio, Portogallo, Spagna e Polonia. Sei hanno detto no: Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Svezia, Lussemburgo e Malta. Mentre l’Italia ha detto “Ni”.
Si chiama “cooperazione rafforzata” ed è una procedura decisionale istituzionalizzata con il Trattato di Amsterdam e poi modificata dal Trattato di Nizza, che permette ad almeno nove Stati membri di proseguire in determinati temi dove non c’è la competenza esclusiva dell’Ue (come giustizia, difesa, gestione economica) anche senza l’accordo di tutti i Paesi membri. Si tratta di una procedura che l’Italia conosce bene, visto che l’unico precedente al momento è quello del brevetto unico europeo, dove ben 25 Paesi Ue decisero di andare avanti senza Roma e Madrid decise a puntare i piedi per mere ragioni linguistiche (brevetto in inglese, francese e tedesco).

D’altronde sembra l’unico modo di vedere finalmente la Tobin Tax diventare realtà da quando fu ideata nel lontano 1972. Irremovibile il no di Gran Bretagna, Olanda e Svezia, convinte più che mai che una simile tassazione (oltre a non convenire ai loro interessi) non farebbe altro che far scappare i capitali fuori dall’Europa. Indimenticabile l’Ecofin dell’8 novembre scorso dove il ministro inglese John Osborne aveva seccato tutti con un “non perdiamo tempo su un argomento sul quale non ci sarà mai unanimità”. E infatti aveva ragione, visto che oggi gli altri Paesi sembrano pronti ad andare avanti da soli.

Incerta la posizione dell’Italia, che con al vertice ha preferito non schierarsi. In teoria il premier Monti (che con il professor James Tobin ci ha pure studiato negli States) è d’accordo sulla FTT, ma, come ha sempre specificato, “solo se a livello europeo”. Adesso il governo si trova a dover specificare “europeo quanto”, dal momento che 10 Paesi hanno deciso di andare avanti lo stesso. Tiepido il rappresentate italiano permanente presso l’Ue, Ferdinando Nelli Feroci, che all’Ecofin ha detto che c’è “simpatia” per l’ipotesi di procedere con la cooperazione rafforzata, ma che “una decisione non è ancora disponibile e non possiamo impegnarci adesso”. E ci mancherebbe altro. Inutile dire che se l’Italia aspetta che gli altri 26 Paesi trovino un accordo allora stiamo freschi, dal momento che la Gran Bretagna preferirebbe uscire dall’Ue piuttosto che vedersi imporre la Tobin Tax.

L’unica a non avere dubbi, guarda caso, è la Germania. Verdi e Socialisti, prima del vertice di venerdì, avevano strappato la promessa di sostenere la FTT in sede europea alla maggioranza cristiano democratica della Merkel in cambio di un aiutino a far passare in parlamento la ratifica del fondo salva Stati Ems che dovrebbe entrare in vigore il primo luglio, Roma permettendo. “Abbiamo concordato che punteremo a tassare i mercati finanziari secondo il modello della Commissione europea e abbiamo deciso che se non sarà possibile con tutti i 27 Paesi allora formeremo una coalizione dei volenterosi di almeno nove Stati”, ha detto il leader del Spd Frank Walter Steinmeier. Idee chiare ha anche il ministro di ferro alle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che già il 30 marzo a Copenaghen aveva presentato ai suoi colleghi un piano europeo per l’introduzione della FTT a livello graduale consistente nel tassare prima solo le transazioni di azioni (sull’esempio della “Stamp Duty” inglese) senza toccare obbligazioni e derivati.

Da Bruxelles è già arrivato l’ok di massima. “Se all’Ecofin la Presidenza dell’Ue di turno danese dovesse concludere che un accordo tra tutti i 27 Paesi Ue non è possibile” sull’introduzione di una tassazione sulle transazioni finanziarie e “se alcuni Stati chiedessero di procedere con una cooperazione rafforzata”, la Commissione stessa “si porrebbe davanti alla questione con uno spirito molto aperto”, aveva detto alla vigilia del vertice Olivier Bailly, uno dei portavoce della Commissione. D’altronde la Commissione sarebbe stata pronta già a vararla mesi fa la Tobin Tax, una tassazione che, secondo i suoi calcoli, anche senza l’adesione di Londra e con un’aliquota dello 0,05%, porterebbe nelle casse di Bruxelles ben 450 miliardi di dollari l’anno. Il Parlamento europeo ha ribadito per l’ennesima volta il suo ok a fine maggio con l’approvazione della relazione di Anni Podimata (greca, socialista) che aveva detto: “Essendo l’Unione europea il più grande mercato finanziario, spetta a noi fare il primo passo. Non possiamo essere tenuti in ostaggio da una manciata di Stati membri”. Adesso l’Italia deve decidere di quale “manciata” di Stati fare parte.

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