Spagna e Portogallo, protestare serve?

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L’Indro.it
È possibile che le migliaia di manifestanti che hanno assaltato il Congresso dei deputati spagnoli a Madrid per protestare contro le nuove misure di austerity in arrivo dal governo stessero pensando ai loro cugini portoghesi. Nel vicino Portogallo, infatti, due settimane di proteste popolari hanno spinto il governo di Pedro Passos Coelho a rinunciare al piano di austerità che aumentava le tasse e tagliava la spesa sociale. È possibile che gli indignados che hanno assaltato la Camera bassa del parlamento spagnolo abbiano pensato: se è servito in Lisbona, perché non dovrebbe funzionare a Madrid. Staremo a vedere.
In Portogallo dopo due settimane di manifestazioni, il Premier Coelho ha cestinato il contestato piano di austerity che avrebbe aumentato i contributi per la previdenza sociale dei lavoratori dipendenti al 18% (dall’attuale 11%) mentre avrebbe ridotto quelle delle aziende al 18% (dall’attuale 23,75 %). Misure secondo il governo indispensabile per rispettare il programma di bailout sottoscritto da Lisbona e che prevede un taglio al deficit del 4,5% del proprio Pil nel 2013 (dal 5% previsto per il 2012) il che vuol dire tagli per circa 5 miliardi di euro per l’anno prossimo (non male per un Paese di 10,5 milioni di persone). “Sono disposto a trovare delle alternative alle misure contestate, ma è indispensabile che siano accettate dalla Bce, dall’Fmi e dalla Ue”, ha dichiarato a caldo Coelho accettando, pena la capitolazione, il volere popolare che propende piuttosto per aumentare le tasse ai più ricchi. Un mal di pancia che ha scosso la stessa maggioranza di governo, con alcuni esponenti del partito socialdemocratico del Premier scontenti del piano presentato per i troppi tagli al settore pubblico. Inutilmente il Premier portoghese ha cercato di difendersi dicendo che tagliando il costo del lavoro (quindi le tasse alle imprese) si sarebbe permesso alle compagnie di assumere maggiormente e rendere i loro prodotti più competitivi all’estero.

“Protestare allora funziona”, avranno pensato le migliaia di spagnoli scesi in piazza ieri a Madrid che questa volta oltre che ’indignados’ erano pure arrabbiatos. 64 i feriti e 28 gli arresti, questo è il bilancio della prima giornata di proteste di un popolo, quello spagnolo, destinato ad essere il prossimo sulla lista delle vittime dell’austerity imposta dalla Troijka.

Sì, perché se la Spagna di Mariano Rajoy accetterà l’aiuto internazionale di cui si parla in questi giorni, intestare tutto a un fondo speciale come fatto per i 100 miliardi stanziati per salvare Bankia, il quarto istituto di credito del Paese, non basterà più. Il governo dovrà firmare il famoso Memorandum of Understanding (MoU) che tante lacrime e sangue sta costando alla Grecia. Tanto che Rajoy, da settimane impegnato in trattative preventive con Bruxelles sulle condizioni di questi eventuali aiuti, non sa più cosa sia più grave, se i manifestanti arrabbiati di Madrid, l’Andalusia sul piede di chiedere altri aiuti o la Catalogna pronta ad approfittarne per chiedere un referendum sull’indipendenza, come ha detto ieri il presidente dell’esecutivo regionale Artur Mas.

Sta di fatto che la Caritas spagnola riferisce di aver aiutato ’alimentarmente’ un milione di persone l’anno scorso, mentre sempre più giovani spagnoli lasciano quotidianamente il Paese, dove la disoccupazione giovanile supera orma il 50%. Ed ecco che il disagio sociale rischia di raggiungere proporzioni incontrollabili, con slogan urlati di ’dimissioni’ e ’democrazia sequestrata’ e assoggettata “ai mercati finanziari” urlati fuori dal parlamento di Madrid. E all’incertezza del governo Rajoy, che tanto per cambiare non sa se accettare o meno gli aiuti internazionali, fa da contraltare quella tedesca, che fino all’altro giorno sembrava spingere affinché la Spagna “si lasciasse aiutare”, mentre in questi giorni sembra aver assunto posizioni più intransigenti, con il Ministro alle finanze tedesco, Wolfgang Schauble, che pare nutrire seri dubbi sui reali benefici che la Spagna riceverebbe da un aiuto internazionale.

E all’altro lato del Mediterraneo cosa succede? In Grecia ieri ha avuto luogo un enorme sciopero a cui hanno aderito tutte le categorie produttive per la prima volta da quando il governo di coalizione Samaras si è insediato. Ma qui, ormai, di aiuti internazionali non si osa più parlare, e l’uscita dell’Euro non sembra più un’ipotesi così lontana.

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