Scozia, Fiandre e Catalogna, ecco il fronte indipendentista

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L’Indro.it
La vittoria dei fiamminghi separatisti alle elezioni comunali del Belgio rappresenta solo l’ultimo episodio di una tendenza centrifuga che sta interessando l’intera Europa. La Catalogna in Spagna, la Scozia in Gran Bretagna e, appunto, le Fiandre in Belgio rappresentano solo le lacerazioni più evidenti e attuali di un regionalismo che sta mettendo seriamente in discussione il concetto stesso di Stato nazionale. Attorno a questi processi sta l’Unione europea, entità politica formata dalla adesione di 27 Stati membri che ne rispettano i trattati e le competenze. Ma cosa succede se uno di questo Stati perde un pezzo? Confederazione in Belgio o autentica secessione in Scozia e Catalogna sono ormai possibilità più che reali. E Bruxelles cosa ne dice? Bella domanda.
Partiamo dai fatti più sicuri. A ottobre 2014 in Scozia si terrà un referendum dove 3 milioni di aventi diritto (su oltre 5 milioni di abitanti totali) dovranno semplicemente decidere se restare o meno all’interno del Regno Unito di cui fanno parte dall’inizio del XVII secolo. Alex Salmond, leader dei nazionalisti scozzesi, riuscendo dopo mesi di trattative a strappare il quesito referendario a David Cameron, ha detto che si tratta della “decisione più importante per la Scozia da centinaia di anni a questa parte”. Gli esperti dicono che solo il 30-40% degli scozzesi vorrebbe tagliare il cordone ombelicale con Londra, ma di questi tempi non si sa mai, visto che tra gli argomenti del contendere c’è anche il ruolo che la Gran Bretagna, o la Scozia, dovrebbe giocare nei confronti di Bruxelles.

E poi la Spagna. Da anni scalpitante, la Catalogna sta approfittando delle difficoltà amministrative ed economiche di Madrid per gridare alla rivoluzione. Lo scorso 11 settembre una grande manifestazione indipendentistica organizzata in occasione della festa nazionale catalana ha gridato forte e chiaro al governo Rajoy il suo desiderio di referendum per abbandonare l’España. Il governatore della Catalogna, Artus Mas, ha indetto perfino elezioni regionali anticipate per il prossimo novembre promettendo che, in caso di rielezione, andrà diritto come un treno verso un referendum checché ne dica Madrid.

Ultimo, ma solo in ordine cronologico, il Belgio. Oltre un astensionismo record (18%) in un Paese dove votare in teoria sarebbe obbligatorio, le elezioni comunali della scorsa domenica hanno sancito l’ennesima vittoria da due anni a questa parte del partito secessionista N-Va (Nuova alleanza fiamminga) guidato dal ’leone delle Fiandre’ Bart De Wever, che tra l’altro ha espugnato Anversa, principale città della regione fiamminga, diventandone in teoria (in attesa delle consultazioni) sindaco e cacciando dopo nove anni di amministrazione il socialista Patrick Janssens. Il radicamento dell’N-Va nelle Fiandre, regione più popolata del Belgio dove si produce quasi il 60% del Pil e il tasso di disoccupazione è quasi un terzo di quello del sud, è ormai un dato di fatto. “Intendiamo dare ai fiamminghi il governo che vogliono a tutti i livelli. Per questo chiedo ufficialmente a Elio Di Rupo (il premier belga socialista) e a tutti i politici francofoni di assumersi le proprie responsabilità e di lavorare insieme con noi per una riforma confederale dello Stato belga”, ha detto De Wever senza mezzi termini, lasciando intendere, se non fosse stato chiaro prima, che il federalismo belga concesso nel 1993 non basta più.

Ed eccoci arrivare a Bruxelles. Sì perché Scozia, Catalogna e Fiandre fanno parte di tre Stati, Gran Bretagna, Spagna e Belgio che sono membri dell’Unione europea, unione che conta 27 Paesi che hanno ratificato determinato trattati e che si stanno stringendo oggi attorno ad un’integrazione economica, monetaria e bancaria impensabile fino a qualche mese fa. Ecco allora che la domanda nasce spontanea: cosa succederebbe a queste tre regioni qualora uscissero dall’ordinamento nazionale di cui fanno parte? Sarebbero automaticamente membri dell’Unione europea oppure dovrebbero avviare processi di adesione come oggi la Croazia, la Repubblica di Macedonia e la Turchia?

Ieri all’abituale conferenza stampa della Commissione europea, la portavoce del Presidente José Manuel Barroso, Pia Ahrenkilde-Hansen, è stata bersagliata dalle domande di giornalisti spagnoli, scozzesi e belgi in merito alla loro membership Ue. Univoca la risposta ufficiale: “Non lo sappiamo perché al momento si tratta solo di ipotesi e non di eventualità concrete”. La portavoce ha parlato del bisogno della Commissione di avere uno “scenario”, termine inglese per indicare un “quadro della situazione” da parte dei Paesi coinvolti per poi redigere un parere ufficiale.

Una non risposta che altro non è che la paura – legittima a livello di trattati – di interferire con questioni così delicate di politica interna nazionale, specie di questi tempi. Sta di fatto che lo scenario di cui l’Ue parla si sta per materializzare dietro l’angolo e non prevedere alcuna strategia fino all’ultimo momento, com’è stato nel caso della crisi dell’Euro, potrebbe non essere una scelta vincente. D’altra parte manca alcun tipo di precedente. Le strategie di inclusione a livello europeo sono state concepite quasi esclusivamente a senso unico, come nel caso non previsto dai trattati Ue dell’uscita di un Paese dall’Euro. Sfogliano il libro della giovane storia dell’Ue si assiste solo al rifiuto, sempre per referendum di adesione all’Unione da parte della Norvegia nel 1994, ma oggi la questione è diversa. Fiandre, Catalogna e Scozia potrebbero presto mettere Bruxelles di fronte ad una situazione del tutto inedita.

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