Riconfermato Van Rompuy, ma l’Ue attende Monti?

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L’Indro.it
Herman Van Rompuy è stato confermato Presidente del Consiglio europeo per altri due anni e mezzo. L’acclamazione al vertice di ieri notte non ha stupito nessuno visto che i leader europei sono così impegnati a togliere le castagne dal fuoco della crisi economica che non avevano di certo né tempo né voglia di imbarcarsi in una vera e propria elezione. Ma ad essere un po’ maliziosi, questo non è l’unico motivo.

La carica di Presidente del Consiglio europeo, istituita con tanto rumore nel 2009 dal nuovo trattato di Lisbona, ha in sè un potere a dir poco rivoluzionario: dare un volto politico all’Europa. Van Rompuy, politico di vecchia data e ’gentleman’ della politica belga, di cui è stato Premier dal 2008 al 2009, prima della sua ascesa in Europa, è sicuramente una brava persona e un ottimo mediatore, ma di sicuro non è una figura carismatica.

Il giorno della sua elezione, il 1 dicembre 2009, l’impressione condivisa a Bruxelles è stata che la scelta fosse ricaduta sul personaggio meno scomodo, un uomo che potesse fare bene il suo lavoro, con onestà, ma che ’rompesse le scatole’ il meno possibile. Detto fatto. Sulla ’poltrona più importante’ d’Europa è salito Van Rompuy, il mediatore perfetto e, soprattutto, capace di mantenere un low profile all’occorrenza, ovvero il più spesso possibile. In questi due anni e mezzo di presidenza, infatti, Van Rompuy si è trovato a presiedere meeting a dir poco bollenti, soprattutto vista la crisi economica che attanaglia l’Europa e il terremoto interno alla zona Euro più forte di sempre. Ciononostante Van Rompuy è riuscito a svolgere un buon lavoro e a non oscurare minimamente i Sarkozy e le Merkel di turno, i veri big d’Europa e suoi elettori diretti.

E si che di occasione per alzare la voce a Bruxelles ce ne sono state tante. Dalle boutade dell’ex Premier italiano Silvio Berlusconi agli eccessi autoritari del Primo Ministro ungherese Viktor Orban, passando dall’ultimo strappo del Tory David Cameron sul fiscal compact. In tutte queste occasioni Van Rompuy è riuscito a mantenere il controllo e a ’mediare’, di sicuro la sua qualità più preziosa. Vista in chiave ’federalista’ (nel senso europeo del termine) si tratta senza dubbio di una grande sconfitta. Questo perché anche di fronte ad una carica potenzialmente dirompente dal punto di vista politico comunitario, i leader nazionali, quindi gli Stati nazionali, sono riusciti a mantenere stretto stretto il loro ruolo di veri poteri decisionali dell’Europa, alla faccia dell’Unione e della carta del trattato di Lisbona.

D’altronde quando tra i papabili alla poltrona di Presidente del Consiglio europeo c’era Tony Blair, in molti hanno avuto un sussulto. Silurato ufficialmente per il suo sempre appoggio alla guerra in Afghanistan, l’ex Premier inglese avrebbe di sicuro portato a Bruxelles un po’ di polso, eventualità che i Governi nazionali, anche chi non lo diceva, volevano scongiurare a tutti i costi. Questo perché Blair, al di là dell’orientamento politico e delle idee, era un personaggio politico di spessore, con un carattere e un peso, insomma qualcuno che avrebbe potuto indirizzare l’Unione europea verso una direzione ben precisa, giusto o sbagliata che sia.

Cestinata la candidatura di Blair, che aveva portato in Inghilterra lo slogan “In the heart of Europe”, si optò per Van Rompuy, bravo onesto e soprattutto mite. Ecco allora che la sua rielezione non stupisce nessuno, soprattutto nel periodo in cui si sta approvando il fiscal compact, un trattato intergovernativo che, potenzialmente, costituisce un’anomalia legislativa enorme. Senza entrare nel merito della questione, il peccato originale di questo testo è che nasce come ’accordo tra Stati nazionali’ e non come prodotto del processo legislativo Ue, esattamente come il Parlamento europeo ha gridato fino all’ultimo, prima di arrendersi di fronte alla necessità di fare qualcosa per evitare il baratro del collasso dell’Euro. In questo frangente, un Presidente del Consiglio europeo che ascoltasse più gli altri Premier che le istituzioni europee andava bene a molti.

Ma attenzione. Un grosso cambiamento si profila all’orizzonte. Calendario alla mano, il secondo mandato di Van Rompuy scadrà a fine 2014, poco più di un anno dopo la discesa da Montecitorio di Mario Monti, secondo molti il salvatore d’Italia e d’Europa. Ecco allora che il passaggio di Monti a capo del Consiglio europeo, indiscrezione che a Bruxelles circola ormai da un po’, prende sempre più piede. C’era addirittura chi ce lo voleva da metà 2012, ma questo avrebbe richiesto le sue dimissioni anticipate da Premier italiano, ipotesi piuttosto difficile visti i tempi e le riforme iniziate. Di sicuro con Mario Monti, l’uomo di fronte al quale anche la Cancelliera di ferro Angela Merkel preferisce ascoltare, la presidenza del Consiglio europeo assumerebbe tutt’altro spessore e l’Europa potrebbe trovarsi per la prima volta con un leader non solo onesto e capace, ma anche forte ed autorevole. Insomma, una vera minaccia per tutti quelli che preferiscono giocare da protagonisti a Bruxelles. Una cosa è certa: se Monti decidesse di candidarsi al Consiglio europeo, non sarà di certo facile dire ’’No’’.

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