Quando il referendum non è più “democratico”

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L’Indro.it
Da quando la crisi economica è scoppiata in Europa e con essa un sussulto del decisionismo centralizzato di Bruxelles in materia economico-finanziaria, in più Paesi europei si sono moltiplicate le istanze di ridare ai cittadini voce diretta sulle questioni di più stretta attualità, dalle misure di austerità al mantenimento della moneta unica fino all’appartenenza stessa all’Unione europea. Grecia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Olanda, Francia. Un elenco che verosimilmente è destinato ad allungarsi. Il referendum non è mai stato così richiesto dal secondo dopoguerra.

Il paradosso, se si vuole definirlo tale, è che ad appellarsi al referendum come strumento indispensabile di democrazia, sono quei partiti e movimenti comunemente caratterizzati per le loro posizioni più estremiste nelle politiche più disparate e quindi, conseguentemente, meno democratiche nel senso più autentico del termine. Ma andiamo per esempi. L’ultimo in ordine temporale è la consultazione popolare chiamata a gran voce dal leader xenofobo e anti islamico Geert Wilders, leader dell’estrema destra in Olanda, per abbandonare l’Euro e tornare al fiorino. Forte di uno studio (’discutibile’ secondo la stampa olandese stessa) secondo il quale l’euro “non converrebbe agli olandesi”, Wilders si è appellato al diritto dei suoi connazionali di dire la loro sul mantenimento della moneta unica.

Una tentazione che era d’altronde già venuta oltre manica, in quella Londra dove David Cameron ha dovuto sudare sette camicie per bloccare una forte richiesta di referendum forte di migliaia di firme e dell’appoggio di una sessantina di deputati compresi alcuni membri del suo partito conservatore. In questo caso si arrogava il diritto dei Brits di pronunciarsi addirittura sulla stessa permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione europea, mai totalmente digerita da buona parte dei sudditi di sua maestà la Regina. Questo referendum è stato chiesto prima lo scorso ottobre, e poi di nuovo i primi di marzo, dopo che a Bruxelles è stato firmato il nuovo trattato di bilancio noto come fiscal compact.

Una provocazione, o meglio un tentativo di aperta rottura con Bruxelles, che ha innescato un’altra richiesta di referendum in Scozia, che di fronte al rischio di vedersi trascinare fuori dall’Unione europea da Londra, preferisce dichiararsi indipendente e uscire dal Regno. Una mossa che avvicina il fronte della rottura al di là della Manica, ovviamente per mezzo dell’immancabile consultazione popolare.

Per restare nel mondo anglosassone, eccoci all’Irlanda. Dublino è stata obbligata a indire una consultazione popolare per l’inserimento della cosiddetta regola d’oro del pareggio di bilancio all’interno della costituzionale nazionale. Un referendum obbligatorio legalmente a che non fa altro che prestare il fianco alla compagine euroscettica del Paese che non perderà occasione di far passare l’idea che si tratti di un voto sull’Unione europea stessa (non dimentichiamo che proprio l’Irlanda è stato l’unico Paese a non ratificare subito il Trattato di Lisbona nel 2008).

Approdando sulla sponda continentale, eccoci in Francia, dove Marine Le Pen, ’figlia d’arte’ di Jean-Marie Le Pen e attuale leader del Fronte National francese, formazione di estrema destra che nei sondaggi per le presidenziali 2012 sta facendo davvero paura a Sarkozy e Hollande. Le Pen ha recentemente rilanciato l’idea di una consultazione popolare tra i francesi per riproporre il ritorno al franco francese contro “l’euro dei banchieri e burocrati”, un ritornello facile facile da ricordare.

Infine eccoci in Grecia. L’ipotesi di un referendum sulle misure di austerità imposte dalla Troika (Ue, Bce e Fmi) indispensabili per sbloccare gli aiuti internazionali è venuto alla ribalta per ben due volte e con due governi diversi, ipotesi entrambe le volte scongiurata da Bruxelles e dalla mediazione internazionale che ha fatto diplomaticamente capire ai leader greci che non “era davvero il caso” di mettere in dubbio i diktat europei.

Insomma, euroscetticismo puro ed addirittura secessionismo che utilizzano uno dei strumenti più democratici che ci sia per insinuarsi, o meglio per avanzare posizioni, nel cuore di un’Europa in preda ad una delle crisi più dure di sempre. D’altronde Nigel Farage, Eurodeputato del gruppo euroscettico e leader del partito inglese UK Independence party, lo ha detto più volte: “Il populismo è la forma di democrazia più autentica che ci sia”.

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