Pmi, poche donne imprenditrici in Europa

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L’Indro.it
“Il potenziale imprenditoriale delle donne è poco sfruttato e l’Ue ha bisogno di aumentare il numero di donne imprenditrici per creare crescita e occupazione”. Su queste premesse si è tenuto il focus della Commissione europea sull’imprenditorialità femminile nel contesto della Settimana europea delle Pmi 2012 iniziata a Bruxelles il 15 e che continuerà fino al 21 ottobre. Ma come mai tanta attenzione all’impresa rosa proprio in tempo di crisi? “La creatività e il potenziale imprenditoriale delle donne sono una delle fonti di crescita economica e di nuovi posti di lavoro meno sfruttate, che vanno dunque ulteriormente sviluppate in Europa. In un momento di crisi non possiamo permetterci di ignorare tale potenziale. Incrementando il numero di imprenditrici si conferisce maggiore potere economico alle donne e si contribuisce alla crescita”, parola di Antonio Tajani, Commissario Ue per le Imprese e l’Industria.
Eppure l’imprenditorialità femminile è ancora minoritaria in Europa. Parliamo solo del 34,4% dei lavoratori autonomi in Europa, come tali principalmente piccole aziende se non addirittura individuali. Il primo scoglio, e molto spesso insormontabile, è rappresentato dallo stesso accesso al credito per lanciare un’attività. “Le donne hanno più difficoltà degli uomini a ricevere un prestito bancario. Basti pensare che fino a non molti anni fa, le donne non potevano nemmeno aprire un conto bancario propedeutico a un’attività senza il permesso e la firma del marito, usanza scomparsa ad esempio in Francia solo nel 1965”, riferisce Leanda Barrington-Leach, portavoce dell’associazione European Women Lobby, Ong impegnata nella difesa degli interessi rosa nell’Ue. «Questo perché le iniziative delle donne vengono spesso considerate più modeste e le donne stesse vengono ritenute meno adatte al business e alla leadership, con meno ambizioni e meno propensione al rischio». Eppure, in tempo di crisi, è proprio la «minor propensione al rischio» ad essere considerata una qualità, almeno secondo quanto emerge nel corso della Settimana europea delle Pmi. “Le donne tendono anche ad essere caute, a correre rischi più calcolati e cercano di avviare le loro imprese in zone conosciute, dove possono beneficiare del sostegno familiare”, si legge nella nota ufficiale della Commissione. Tuttavia ricevere un prestito in banca resta un impresa.

E non è finita qui. Sempre sull’imprenditoria femminile, Barrington-Leach ci spiega come sia pericoloso il fatto che molte donne imprenditrici non siano registrare legalmente. «Ci sono tantissime imprenditrici che figurano come «compagne assistenti» dei propri mariti ai quali la piccola o media azienda è intestata. Ciò vuol dire che queste donne non hanno alcun diritto legale sull’attività in caso, ad esempio, di divorzio, nemmeno per quanto riguarda la pensione».  Barrington-Leach spiega che sarebbe importantissimo prevedere la «registrazione obbligatoria» nei rispettivi registri nazionali, «affinché siano riconosciuti pari diritti e copertura sociale». Si ricade nell’ambito della Assisting spouses directive 86/613/EC modificata poi nel 2008 dalla Direttiva Parità di trattamento per i lavoratori autonomi. Intesa per assicurare l’attuazione del principio della parità di trattamento per le persone che esercitano un’attività autonoma e per i loro coniugi che partecipano a questa attività, la direttiva non presenta alcun obbligo per i Paesi membri. “Il risultato è che tantissime donne non sono nemmeno al corrente dei loro diritti di persone e imprenditrici”, riferiscono dall’European Women Lobby.

A questi ed altri problemi, la Commissione europea cerca di ovviare parzialmente con una serie di iniziative transnazionali come la Rete europea delle ambasciatrici per l’imprenditoria femminile, che propone modelli di riferimento ai quali le donne possono ispirarsi per incoraggiarle a considerare l’imprenditorialità come una possibilità di carriera realistica. E poi ancora la Rete europea di mentori delle imprenditrici che danno consigli pratici alle donne che hanno recentemente avviato una propria impresa. Iniziative e consigli non rispondono tuttavia ai problemi pratici che le donne si trovano ad affrontare all’avvio o nel corso di un’attività.

Qualcosa di più concreto si sta invece muovendo per quanto riguarda le grandi aziende europee. La Commissaria Ue alla Giustizia, la lussemburghese Viviane Reding, ha annunciato nei mesi scorso che presto verrà pubblicato un progetto di direttiva che prevede l’introduzione obbligatoria in tutte le grande aziende europee quotate in borsa di prevedere un minimo del 40 per cento di donne nei consigli di amministrazione. Un’iniziativa lodevole, che ha già scatenato varie proteste da parte degli Stati membri e che lascia fuori però, come ha specificato più volte la stessa Reding, le piccole e medie aziende. Se consideriamo che in Europa ci sono ben 23 milioni di piccole e medie imprese e che queste rappresentano il 99% delle aziende attive nell’Ue, questa esclusione non è certo una buona notizia.

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