Piano antispread, l’Italia farà la fine della Grecia?

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Ilfattoquotidiano.it
A Francoforte ha trionfato la linea di Mario Draghi. La Bce potrà acquistare i titoli fino a tre anni sul mercato secondario dei Paesi in difficoltà ma “virtuosi”. La buona notizia è che un Paese come l’Italia potrà contare sull’aiuto dell’Eurotower per tenere sotto controllo lo spread. La cattiva notizia è che per ricevere questo aiuto dovrà firmare una lista di impegni precisi con i creditori internazionali, un “Memorandum of Understanding (MoU)”, come si dice in gergo, proprio come successo alla Grecia. Insomma le missioni della Troika (Ue, Bce e Fmi) potrebbero spostarsi da Atene a Roma.
Uno dei capisaldi del Outright monetary transaction (Omt) annunciato giovedì a Francoforte e grazie al quale la Bce potrà acquistare illimitatamente titoli di Stato fino a tre anni, è proprio la “condizionalità”. Questo vuol dire che un Paese per vendere i suoi bond alla Bce dovrà prima di tutto rivolgersi al nuovo fondo salva Stati Ems (sul quale la Corte federale tedesca si esprimerà mercoledì 12 settembre) e soprattutto dovrà rispettare alla lettera le condizioni che gli saranno imposte dai creditori, pena la sospensione immediata degli acquisti dei bond, sui quali la Bce ha carta bianca. Presumibile che queste condizioni riguardino riforme (anche del mondo del lavoro), razionalizzazione fiscale e incentivi alla crescita economica, che a sua volta possono dare il là a privatizzazioni e tagli a stipendi e spesa sociale.

Insomma, tradotto in parole povere, per ricevere gli aiuti (in questo caso l’acquisto di bond) un Paese dovrà rispettare determinate misure di austerità, proprio come sta succedendo in Grecia da un paio d’anni a questa parte. E il caso greco non è certo dei più confortanti. Per ricevere i 240 miliardi di euro di aiuti internazionali, divisi in varie tranche, Atene ha dovuto impegnarsi a mettere in pratica profonde riforme ed estese liberalizzazioni che stanno costando tanti sacrifici all’intera popolazione. Basti pensare alla riduzione di almeno 150 mila posti nel pubblico impiego, alla diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito e al cospicuo taglio alle pensioni. E poi ancora l’abbattimento della spesa sociale, sanitaria, della difesa e delle autonomie locali. Per non parlare della vendita dei “gioielli di famiglia”, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria. E senza dimenticare le ferite alla dignità nazionale, come le intromissioni tedesche alla vigilia delle elezioni nazionali (giudicate “superflue”) e gli inviti, più o meno provocatori, della Finlandia affinché Atene ipotechi i beni storici come il Partenone.

E le sofferenze per la Grecia non sono ancora finite. In questi giorni è in corso l’ennesima visita della Troika, la missione dei cosiddetti Men in Black di Ue, Bce e Fmi, che si recano periodicamente ad Atene per verificare lo stato d’attuazione delle riforme chieste. Uno degli ultimi affondi, rivelato dal quotidiano The Guardian, riguarda l’invito rivolto ai greci a lavorare per sei giorni la settimana per aumentare la produttività nazionale, come se la contrazione drastica del Pil nazionale non fosse anche il risultato delle draconiane misure di austerità imposte che hanno stritolato il potere d’acquisto dei greci e portato il debito pubblico dal 130 di fine 2009 al 160 del Pil di oggi .

La Spagna, quando Mariano Rajoy non ha più potuto nascondere sotto il tappeto il fallimento di Bankia, il quarto istituto di credito del Paese, e ha dovuto per forza chiedere 100 miliardi a Bruxelles, ha per il momento  preferito che questi soldi andassero ufficialmente ad un fondo speciale istituito ad hoc per evitare ogni coinvolgimento formale del governo con la Troika, insomma per non firmare niente. Una mossa che a Bruxelles non è piaciuta, tanto che qualche Paese, come Finlandia e Olanda, hanno chiesto a gran voce che anche Madrid venisse commissariata. Ma poi l’attenzione si è spostata tutta su Francoforte.

Il coinvolgimento del Fondo monetario internazionale nel nuovo piano di acquisti della Bce, confermato da Draghi in conferenza stampa, non fa di certo ben sperare. Dalla Bce confermano che questo coinvolgimento è ancora tutto da definire e che, come i Memorandum of Understanding, dipenderà da caso a caso. Sempre la Bce precisa che “essendo l’Fmi un’organizzazione internazionale, deciderà da solo il proprio livello di coinvolgimento”. Il fatto è che, essendo abituato a trattare con governi del terzo mondo e quindi spesso autoritari, l’Fmi non va per il sottile quando c’è da contrattare misure di austerità. Ed ecco che gli inviti a rispettare gli impegni presi diventano ultimatum.

Mario Monti, contento per il balzo in avanti della Bce, ha detto che l’Italia non cercherà il sostegno di Francoforte. Almeno non per ora. “Adesso l’impegno comune di governo, imprese e parti sociali è creare le condizioni per un nuovo sviluppo economico che poggi su basi più solide rompendo la gabbia di austerità che ha coinvolto l’economia anche attraverso le nostre mani”, ha detto venerdì 7 il premier. La paura è che queste mani si possano stringere ancora di più attorno al collo degli italiani nel malaugurato caso l’Italia avesse bisogno di un intervento diretto della Bce.

A Bruxelles Olivier Bailly, uno dei portavoce della Commissione europea, ha cercato di tranquillizzare gli animi: “Il coinvolgimento dell’Fmi nel programma di acquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà non implica condizioni extra. E’ solo una garanzia di serietà del processo. Non c’è nessuna differenza tra la stretta condizionalità di cui parlano le conclusioni del vertice e le linee guida dei fondi salva-stati e la stretta condizionalità di cui ha parlato Draghi”. Insomma, secondo Bailly, c’è da stare tranquilli. D’altronde cos’altro potrebbe dire?

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