Parlamento europeo messo all’angolo in Europa

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Lettera43.it
 Come si dice, è una questione di principio. Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, ha scritto e inviato una lettera al collega presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso.
Oggetto: la richiesta di un passo indietro sul permesso concesso ai grandi tir di attraversare liberamente le frontiere interne.

PROBLEMA DI PROCEDURA. Una questione importante, per carità, ma non sufficiente in sé a scatenare una simile reazione da parte del parlamento. Il problema, infatti, è tutto nella procedura: gli eurodeputati si sono sentiti scavalcati in toto nel processo legislativo europeo che di norma avrebbe dovuto vederli coinvolti. E non si tratta della prima volta.

In questo caso, parliamo del transito dei tir superiori ai 18,75 metri per i quali, in base alla legislazione attuale, vigono regole distinte. Il commissario Ue ai trasporti Siim Kallas ha recentemente rivisto queste regole reinterpretando la direttiva Ue 96/53 senza coinvolgere il parlamento tramite il processo di codecisione.

PARLAMENTO SCAVALCATO. «Non importa se si tratta di una buona o di una cattiva idea, il problema è la procedura. È stato scavalcato completamente il parlamento», ha detto il presidente della commissione Trasporti Brian Simpson (britannico, socialista). Insomma, come detto, è una questione di principio.
Ecco allora che i membri della commissione Trasporti hanno chiesto a Schulz di intercedere con il collega Barroso, e lui non se l’è fatto dire due volte.
Prima di tutto perché, regolamento Ue alla mano, i deputati hanno ragione, e poi perché si tratta dell’ennesimo episodio di messa all’angolo dell’Aula di Bruxelles (e Strasburgo).

Il consiglio Ue e le accuse di scavalcare il metodo comunitario.
Facciamo un passo indietro. Alla vigilia del Consiglio europeo del 28-29 giugno, ai capi di Stato e di governo è stato consegnato un foglio con le mosse raccomandate dall’Ue per salvare l’euro a firma dei cosiddetti “magici quattro”, ovvero Herman Van Rompuy (presidente del Consiglio europeo), José Manuel Barroso (Commissione europea), Mario Draghi (governatore Bce) e Jean-Claude Juncker (presidente dell’Eurogruppo). Martin Schulz non è stato messo nemmeno in copia conoscenza.
Un’esclusione senza precedenti. Membri di peso del parlamento, come Guy Verhofstadt (leader dei liberali), Daniel Cohn-Bendit (copresidente dei verdi) e lo stesso Martin Schulz (oggi presidente ma fino allo scorso marzo a capo dei socialisti e democratici) lamentano da mesi lo scavalcamento del “metodo comunitario” da parte del Consiglio europeo che, summit dopo summit, prende le decisioni da solo e poi le manda via fax ai figli di un Dio minore dell’Europarlamento.

IL CASO FISCAL COMPACT. Il caso più eclatante è costituito dal fiscal compact, un accordo intergovernativo voluto e studiato principalmente da due Paesi (Francia e Germania) e al di fuori dell’iter comunitario stabilito dai trattati.
In quell’occasione i rappresentanti dell’Europarlamento, tra cui l’italiano Roberto Gualtieri, membro del Partito democratico, hanno dovuto alzare la voce per farsi sentire al tavolo delle negoziazioni, ma la parola fine è spettata ai leader nazionali.
E dire che molte delle misure economiche previste dal fiscal compact erano già contenute nel cosiddetto six pack e nel successivo two pack messi a punto dai tecnici della Commissione e approvati il 13 giugno dal Parlamento europeo.
«La Merkel e gli altri del Consiglio parlano, noi agiamo», aveva sbottato dopo il voto Hannes Swoboda, leader austriaco dei socialisti.

Il trattato di Lisbona conferisce al parlamento poteri legislativi rafforzati.
In quel caso, a tagliare fuori il Parlamento è stato il Consiglio europeo (la riunione dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri), nella vicenda dei tir la Commissione (l’organo esecutivo della Ue), ma il risultato non cambia.
Con buona pace del trattato di Lisbona, che al parlamento conferisce poteri legislativi rafforzati, mettendolo allo stesso piano del Consiglio su quasi tutte le decisioni legislative, e con buona pace dei milioni di cittadini che hanno eletto l’Aula (si tratta dell’assemblea rappresentativa più grande al mondo e con preferenza diretta), il parlamento continua a vedersi messo nell’angolo.
Inutile dire che da quando è scoppiata la crisi dell’euro la tensione si taglia con il coltello.

Un altro esempio lo si è avuto recentemente con il trattato sulla libera circolazione di Schengen.
AULA ESTROMESSA. Il 14 giugno il Parlamento europeo ha congelato i negoziati con il Consiglio Ue (in questo caso, a riunirsi erano i 27 ministri degli Interni) in seguito al tentativo degli Stati membri di cambiare la base legale del trattato, estromettendo l’Aula dal sistema legislativo di co-decisione previsto dal trattato di Lisbona.
Secondo questo trattato, architrave della Ue, il parlamento europeo ha diritto di emendare le normative proposte dal Consiglio: se i capi di Stato e di governo rifiutano le “correzioni”, la nuova legge non può essere adottata.

BISTICCI ISTITUZIONALI. L’obiettivo dei governi era quello di decidere da soli per quali “motivi eccezionali” ristabilire le frontiere interne. Come tutta risposta, la Conferenza dei presidenti del parlamento (capi dei gruppi politici) ha deciso di bloccare i cinque dossier sulla riforma della governance di Schengen.
Ma la lista dei bisticci istituzionali tra le due anime d’Europa è molto più lunga. Prossimi imminenti sviluppi come l’unione bancaria, il Fondo salva Stati Ems e (forse) gli Eurobond potrebbero cambiare le carte in gioco. Ma fino ad allora, per farsi sentire, il parlamento dovrà continuare ad alzare la voce.

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