Le alternative alla Tobin Tax

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L’Indro.it
Il summit informale tra i 27 Ministri delle Finanze di Copenaghen ha segnato la morte simbolica della cosiddetta Tobin Tax, la tassazione sulle transazioni finanziarie di cui si è tanto parlato nei mesi scorsi. La sua sparizione dalle agende dei leader europei è stata ufficializzata dalle parole del Ministro tedesco Wolfgang Schauble che ha ribadito la “non maturità dell’Europa” per introdurre un’imposta simile. D’altronde, è impossibile dargli torto.
Mai come in tempi di crisi economica la Tobin Tax è salita in cima agli intenti europei, con personaggi come il Presidente della repubblica francese, Nicolas Sarkozy, pronto ad andare avanti anche da solo pur di vederla attuata. Anche a Berlino Angela Merkel si è spesa spesso e volentieri a favore della FTT (acronimo inglese) anche se con altri toni e minor entusiasmo.

Possibilista anche Mario Monti, che con il professor Tobin ci ha studiato negli States, ma secondo il quale la si poteva attuare solo a livello europeo. Ed è proprio qui che casca l’asino. Tassare le transazioni finanziarie è argomento di discordia in un’Europa che tiene insieme 27 cuori diversi e altrettante economie. La Gran Bretagna, dall’alto della City di Londra, lo ha detto fin da subito che non se ne parlava nemmeno. Per motivi di vicinanza geografica ed economica anche l’Irlanda non era entusiasta. E poi il no finlandese, prima defilato ma poi ben chiaro quando si è trattato di parlare seriamente.

Un peccato, dal momento che una tassazione dello 0,1% sulle transazioni e dello 0,01% sui derivati avrebbe portato miliardi freschi nelle casse dell’Ue e, visti i finanziamenti che ci sono da pagare ai Paesi in difficoltà, si tratta di risorse che non sarebbero davvero dispiaciute. Sta di fatto che adesso Bruxelles deve trovare altre fonti di entrate fiscali, visto che l’attuale budget non basta più. Sì perché a loro volta le istituzioni europee dipendono per la loro sussistenza dagli Stati membri, che ogni anno e a seconda di calcoli precisi, versano a Bruxelles un bel po’ di miliardi. Ma in tempo di crisi la cintura si stringe e il Consiglio Ue, istituzione che rappresenta gli interessi proprio dei Paesi membri è pronto a dare battaglia per ogni euro di spesa. Non dimentichiamo che la Commissione è finita in Corte di Giustizia per una querelle sull’aggiustamento degli stipendi dei suoi funzionari.

Ma allora dove trovare le risorse necessarie? Una proposta arriva ancora una volta da Berlino, e precisamente dal Ministro di ferro Wolfgang Schauble, che archiviata suo malgrado la Tobin Tax, ha proposto a Copenaghen di seguire la gran Bretagna sulla cosiddetta ’Stamp Duty’, un’imposta di bollo. Qualcosa di diverso di quanto già in vigore in Italia perché si applicherebbe anche al commercio di azioni che già è in vigore a Londra.

In parole povere si tratterebbe di un palliativo alla ben più ambiziosa Tobin Tax. In Gran Bretagna la ’Stamp Duty Reserve Tax’, introdotta nel 1986, si applica al commercio di titoli e azioni e richiede un ’bollo’ fisico sul quale si applica l’imposta statale. Ma già nel Regno Unito questa tassazione è stata ampiamente indebolita a partire dal 2003, mentre l’attenzione è stata spostata nella compravendita di proprietà fisiche (terreni, case, ecc) sopra una determinata soglia. Tuttavia i ricavati di questa tassazione non sono irrilevanti, (circa 4 miliardi di euro nel 2008) anche se vanno contestualizzati nel vivace ambiente finanziario anglosassone.

“Ma questo non vuol dire mettere fine alle negoziazioni su una più grande ed ambiziosa tassazione sulle transazioni finanziarie”, si legge in un report non ufficiale della delegazione tedesca in Danimarca. Sta di fatto che, per ragioni non chiare, la stessa Gran Bretagna non ha sorriso a questa possibilità, mentre la Svezia ha aperto uno spiraglio. Il Ministro agli affari economici danese, Margrethe Vestager, a dire il vero non una grande fan della FTT, ha promesso che inserirà la proposta di Berlino nell’agenda europea di maggio o giugno (la Danimarca detiene la Presidenza di turno dell’Ue).

Ad ogni modo la proposta di una Duty Stamp a livello europeo può essere letta in due modi: da una parte l’ennesimo eclatante fallimento per andare avanti con una vera tassazione sulle transazioni finanziarie, ma dall’altra come un piede lasciato nella porta della questione di come ricavare risorse fiscali dall’enorme mondo del mercato finanziario e, perché no, speculativo. L’intera questione potrebbe tornare d’attualità prima di quanto si pensi, visti i molto probabili bisogni di liquidità di altri Paesi europei, Spagna in prima fila.

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