La secessione d’Europa

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L’Indro.it
Prima che la crisi economica scoppiasse in Europa, a destare i maggiori problemi d’integrazione era la frontiera Est dell’Unione. Non solo la Turchia, sulla quale ancora si discute per deciderne la collocazione continentale (Europa o Asia), e le ex Repubbliche sovietiche come l’Ucraina, che con l’Ue intessono intensi rapporti commerciali, ma anche le cosiddette “new comers”, come Romania e Bulgaria, ancora fuori dallo spazio di libera circolazione di Schengen e per certi versi “arretrate” nelle riforme civili e giuridiche. Ma ecco che con lo scoppio della crisi economica, lo sguardo severo delle “roccaforti” del Centro e Nord Europa si è spostato impietosamente verso Sud. Dall’epopea Grecia alle traballanti economie di Portogallo, Spagna e Italia, all’improvviso il problema integrazione si è spostato sull’asse Nord-Sud. I cosiddetti Paesi mediterranei sono di colpo diventati “il problema”, tant’è che la loro presenza nell’Euro o addirittura nell’Ue stessa, è diventata per molti un interrogativo.

Tanto per cambiare, prendiamo la Grecia. Non solo le rigide misure imposte dalla Troika (Ue, Bce e Fmi) hanno praticamente messo in ginocchio Atene, ma le posizioni diplomaticamente irriverenti di Paesi come Germania, Finlandia e, da ultimo, Paesi Bassi, l’hanno costretta anche a guardare per terra. Dalle sparata finlandesi del “ipotecate il Partenone” ai più concreti diktat olandesi della delegazione permanente della Troika nel Paese, il rispetto della Grecia come “Stato di diritto” è andato piano piano sbiadendo. Forti delle loro “triple AAA” e dei soldi prestati ad Atene nelle due tranche di aiuti (240 miliardi di euro), i cosiddetti “falchi d’Europa” non si fanno più scrupoli di fare le richieste più irriverenti. Un esempio su tutti è dato dalla richiesta fatta ad Atene, alla fine accettata, del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, di non indire pubbliche elezioni ad Aprile. Ma “il problema non si limita alla sola Grecia”. A dirlo è stato il ministro alle finanze svedese Anders Borg, secondo il quale, comunque, Atene “resta bloccato nella sua tragedia” (intanto il deficit greco passa al 6.7% invece del previsto 5.4%).

Neanche a dirlo, i mercati, che sono sempre “avanti” anche dal punto di vista politico, guardano già ad un altro Paese meridionale: il Portogallo. Il deficit di bilancio del Paese in gennaio ha raggiunto i 436 milioni di euro, una caduta del 41 per cento rispetto all’anno precedente, principalmente dovuta dal calo delle esportazioni e dei minori introiti dello Stato. Come risultato a Lisbona cresce la voce di quanti vorrebbero veder rinegoziati i termini del prestito ricevuto da Bruxelles l’anno scorso. E al Nord i malumori crescono. Passiamo alla Spagna. A quanto riferisce El Pais, il nuovo Premier popolare Mariano Rajoy e il ministro delle finanze Luis de Guindos, starebbero programmando una visita a Bruxelles proprio per rinegoziare l’obiettivo della riduzione del debito al 4,4 per cento, un’asticella troppo bassa se consideriamo che l’anno scorso era all’8 per cento (richiederebbe un aggiustamento di bilancio di circa 40 miliardi di euro). Inutile dire che al Nord i malumori crescono ancora. Non è un caso d’altronde se, passando all’Italia, il nuovo Governo Monti ha ricevuto il plauso di tutti i leader europei. Le sue manovre e riforme hanno inasprito il piano di austerità degli ultimi anni portando a 232 i miliardi di euro che dovrebbero essere risparmiati entro il 2013. Insomma, un giro di vite alle spese interne che magari ha scatenato qualche malumore in madre patria, ma ha fatto sicuramente piacere a un’Europa che non poteva proprio permettersi di salvare un gigante economico come l’Italia. In questo caso, applausi dal Nord Europa.

Ma non tutti sono l’Italia e di Monti, per fortuna o purtroppo (a seconda dei punti di vista) ce ne sono pochi. La vera vittima della crisi economica, infatti, rischia di diventare più che la moneta unica, l’integrazione europea, integrazione che Monti non perde occasione di ribadire come fondamentale.

A ben guardare, qualcosa potrebbe cambiare grazie ad un altro Paese, un po’ mediterraneo un po’ continentale: la Francia. A suggerire l’idea è stato l’economista George Magnus, che su Bloomberg ipotizza un’eventuale cambiamento di direzione europea se dovesse vincere Francois Hollande (socialista) alle presidenziali francesi del prossimo aprile. Secondo Magnus, il candidato all’Eliseo socialista potrebbe sfidare Angela Merkel e la sua visione di integrazione finanziaria, sostanzialmente basata su disciplina e rigore. In effetti, Hollande si sta pronunciando a favore di tutta una serie di procedimenti indigesti oggi ai falchi d’Europa, come un ruolo più attivo della Bce (prestatore di ultima istanza), un adeguato firewall attorno all’Eurozona (più risorse al fondo salva Stati Ems) e, udite udite, lo sblocco dei tanto sospirati Eurobond. Certo, prima Hollande deve vincere le Presidenziali francesi, ma se ce la facesse, potrebbe, oltre che conquistare l’Eliseo, contribuire a unire le due anime dell’Europa oggi in profonda crisi tra loro: il Nord e il Sud.

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