In Olanda il fiscal compact non va giù

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L’Indro.it
Quanta fatica per il nuovo trattato di bilancio comunitario. Non solo è stato a dir poco complicato a trovare un accordo sulla carta tra i 27 Paesi membri (o meglio 25, visto che Gran Bretagna e Repubblica Ceca si sono chiamati fuori subito) e ha generato non pochi malumori in seno alle stesse istituzioni europee (soprattutto al Parlamento, dove si sarebbe preferito un approccio più comunitario che un mero accordo intergovernativo), ma la beffa è che i problemi maggiori potrebbero paradossalmente ancora venire.
L’annuncio, o meglio la minaccia del partito laburista olandese PvdA di non appoggiare la ratifica del fiscal compact al parlamento di Amsterdam arriva esattamente nel momento in cui l’Europa pensava di aver trovato finalmente un equilibrio. Salvata (o quasi) la Grecia, dato un aiutino alla Spagna e con il famigerato spread italiano ormai sotto controllo, Bruxelles cominciava quasi a sentirsi al sicuro. Ma questa volta i problemi vengono dal Nord. I laburisti olandesi, principale partito d’opposizione al governo della coalizione cristiano democratica CDA e liberale VVD e con il supporto esterno degli euroscettici del PVV (il partito di estrema destra di Geert Wilders), hanno infatti minacciato di votare No alla ratifica del fiscal compact se rimarrà invariato l’obiettivo del 3% di deficit promesso a Bruxelles e contemplato, appunto, nel fiscal compact.
Indispensabile il loro apporto in termini di voti per le questioni di budget e bilancio. Ecco che i liberali Diederik Samson e Ronald Plasterk hanno parlato chiaro: il 3% di deficit è davvero troppo poco. Si perché i Paesi Bassi, anche se restano un Paese a tripla A, dovrebbero avventurarsi in tagli considerevoli per soddisfare questo obiettivo. E l’austerità, si sa, non piace a nessuno.

A pesare il ’cattivo esempio’ dato con la Spagna. Il deficit concesso del 5,4% nel 2012 forse ha salvato Madrid da una crisi diplomatica e Bruxelles dall’imbarazzo di pagare subito le rigide provvisioni del nuovo patto di bilancio, ma di sicuro ha prestato il fianco a quanti, da un certo punto di vista comprensibilmente, hanno pensato di poter godere dello stesso ’trattamento di favore’. Primo fra tutti Mister Viktor Orban, che si è visto congelare centinaia di milioni di euro di fondi strutturali proprio per non aver rispettato gli obblighi di bilancio interni. A nulla sono valse le spiegazioni di Bruxelles sulla sostanziale differenza tra il caso spagnolo e ungherese, i numeri (di deficit) hanno giocato a sfavore.

Ma lo strappo dell’Olanda potrebbe avere effetti ben peggiori. Prima di tutto perché si tratta di uno dei pochi falchi (Paesi a tripla A) restati nell’Eurozona (gli altri sono Finlandia, Germania, Lussemburgo). E secondo perché darebbe davvero un pessimo esempio ad altri Paesi, non meno importanti da questo punto di vista, ad esempio la Finlandia. Ad Helsinki i conti sono a posto, ma anche qui il fiscal compact dovrà passare un duro test parlamentare. Senza considerare il fatto che il Premier finlandese, Jyrki Katainen, sarà molto probabilmente il successore di Juncker alla guida dell’Eurogruppo. Che effetti potrebbe avere un eventuale stop del suo Paese al nuovo trattato di bilancio europeo? Di sicuro una grande confusione. Senza dimenticare il referendum irlandese, dove i sondaggi sono piuttosto favorevoli, ma dove non bisogna trascurare comunque l’effetto che potrebbe avere un eventuale corrente euroscettica scatenata da misure governative impopolari che potrebbero essere richieste in cambio di un nuovo aiuto da parte dell’Ue (come si vocifera per il Portogllo).

E dire che il Parlamento europeo ha cercato di dirlo in tutte le salse che il fiscal compact, così come è stato concepito, avrebbe potuto portare a dei seri problemi collaterali di attuazione. Negli incontri delle negoziazioni tra rappresentanti dei Paesi membri e delle istituzioni comunitarie, i membri del Parlamento hanno cercato fino all’ultimo di portare i vari Berlino e Parigi su una rotta ’comunitaria’. Dura la posizione espressa a più riprese dal leader dei liberali Guy Verhofstadt, secondo cui la posizione doveva essere comunitaria o niente. E poi, si era chiesto il parlamento, il fiscal compact da solo sarebbe davvero servito? Fino alla fine Martin Schultz (Parlamento) e Barroso (Commissione) hanno parlato dei famosi Eurobond, ma questi proprio non piacevano alla Germania. Il risultato è che oggi c’è la questione irlandese, olandese, (forse) finlandese, e poi chissà cos’altro.

 

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