Il referendum irlandese fa tremare l’Ue

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L’Indro.it
Era il 13 giugno 2008 quando il No irlandese al trattato di Lisbona infrangeva tutti i sogni europei di maggiore integrazione. 862.415 irlandesi, il 53,4 per cento dei votanti, dissero No al nuovo trattato europeo che avrebbe dovuto mettere una pezza al rifiuto, tre anni prima, di Francia e Olanda alla Costituzione europea. Oggi, nel 2012 inoltrato, l’Irlanda si appresta ad andare un’altra volta alle urne per dire Si o No al nuovo fiscal compact, approvato la settimana scorsa dai leader dei 27 Paesi Ue e presentato come la panacea a tutti i mali economici e finanziari dell’Europa.

L’annuncio è arrivato qualche giorno fa dal Premier irlandese Enda Kenny, la “Taoiseach”, obbligata a chiamare la consultazione popolare dalla legge irlandese che vuole ogni modifica alla Carta costituzionale passare prima dall’approvazione referendaria. La coalizione di governo e l’opposizione irlandese hanno messo subito le mani avanti, assicurando il resto d’Europa che entrambi campagneranno per il Si, senza se e senza ma. Di mezzo c’è non tanto l’entrata in vigore del nuovo trattato di bilancio (per il quale basta la ratifica di 12 Paesi su 25 firmatari) quanto la possibilità per Dublino di poter contare sull’aiuto dell’Europa in caso di bisogno. Lo dice chiaramente Matt Robinson di Moody’s, secondo il quale “il rischio di un No irlandese squalificherebbe il Paese dalla possibilità di ricevere l’aiuto del fondo salva Stati Esm (che entrerà in vigore il prossimo luglio, ndr) dal quale dovrebbe dipendere, almeno parzialmente, una volta che il programma del Fmi espirerà l’anno prossimo”.

Si perché bisogna ricordare che l’Irlanda, insieme a Portogallo e Grecia, è uno dei Paesi che ha ricevuto denaro contante dall’Ue per stare a galla in tempo di crisi. È infatti dal novembre 2010 che il Paese è sotto tutela del Fmi e dell’Ue per un totale di 67,5 miliardi di euro. E dire che Bruxelles voleva scongiurare la possibilità di un referendum rinunciando all’inserimento della regola d’oro di bilancio nelle costituzioni, ma ormai era troppo tardi.

Tuttavia, a ben guardare, il rischio di un No non fa paura solo a Dublino. È bastato l’annuncio del referendum per far alzare, in meno di una settimana, gli interessi sul debito irlandese dal 6,75% al 6,86%. Insomma, un’altra prova che i mercati e la finanza non conoscono bandiera o confine. Ne è conscia il Premier Enda Kenny, che ha subito sottolineato quanto si tratti di “un passo molto importante per la rimessa in sesto dell’economia del Paese e la credibilità internazionale”.

A cercare di calmare le acque ci pensano i sondaggi. Secondo il Sunday Business Post (sabato scorso) il Si è dato al 60%. Ma in tempi di crisi non si sa mai. La paura di Bruxelles è che con l’economia in recessione, la disoccupazione al 14% e il prezzo delle case in caduta libera, la popolazione irlandese possa decidere di punire il governo andando contro le indicazioni di voto. D’altronde anche il fronte del No ha i suoi difensori, in primis il partito Sinn Fein, l’Alleanza della sinistra unita e una lunga lista di indipendenti. Il leader del partito repubblicano Fianna Fàil, Micheàl Martin, ha detto che il governo non avrebbe mai dovuto mettere in dubbio la legittimità del referendum: “Come potete pensare che le persone siano contente di una situazione dove un trattato è abbastanza importante per salvare l’Euro ma non abbastanza per dare loro il diritto di avere voce in capitolo?”. Difficile dargli torto.

Lucio Levi, presidente del Movimento federalista europeo, cerca di riportare il discorso su un piano europeo. “Che il Trattato entri in vigore non appena una maggioranza di dodici Stati membri dell’Eurozona lo avrà ratificato mostra che gli stessi governi si sono convinti che la revisione dei Trattati deve essere decisa a maggioranza”. Tuttavia secondo Levi, “il trattato sul fiscal compact non affronta il vero problema europeo, ovvero l’aumento delle risorse proprie dell’Ue necessarie a promuovere un piano europeo di sviluppo”.  Levi individua infatti nella rottura della Gran Bretagna del dicembre scorso “la morte della visione dell’Ue solo come un mercato”. Una rottura seguita a ruota da quella sulla tassa sulle transazioni finanziarie sostenuta da Francia, Germania e Italia. Insomma, il problema dell’Europa sarebbe più che legato all’esito del referendum irlandese stesso, strutturale e d’integrazione.

Un’ipotesi che fa riflettere, e non solo a Dublino, visto che il fiscal compact, così com’è stato concepito, è praticamente tutto made in Germany. Sta di fatto che i mercati, a volte, sono ben più pragmatici, e un esito referendario “indesiderato” potrebbe provocare non pochi scossoni anche ad un’impalcatura precaria e probabilmente provvisoria come quella del nuovo trattato di bilancio. E i cittadini irlandesi, nel 2001 con Nizza e nel 2008 con Lisbona, hanno già dimostrato di essere piuttosto allergici ai trattati internazionali.

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