I Brics tagliano i viveri all’Ue

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L’Indro.it
Sentendole nominare con l’epiteto di ’economie emergenti’, qualcuno in Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa potrebbe iniziare ad offendersi. E in fondo, avrebbe ragione. Al di là del fatto che si tratta delle uniche economie mondiali in crescita nonostante la crisi che soffia worldwide dal 2008, il peso dei cosiddetti Brics inizia davvero a farsi sentire, anche nella vecchia Europa. Tant’è che alle spalle del dietro front del Fondo Monetario Internazionale sulla cifra da versare per risanare la malandata Eurozona ci sarebbe proprio lo zampino dei magnifici cinque. A meno che non si rivedano ’per davvero’ le quote all’interno del fondo stesso, insomma, aiuto in cambio di potere. Un buon accordo? Staremo a vedere.
L’annuncio del Fmi di diminuire da 600 a 400 miliardi di dollari il gettito che farà parte del nuovo firewall (cordone di sicurezza) attorno all’Eurozona è leggibile a livello internazionale nella mancata volontà di alcuni contribuenti del Fmi stesso a fare niente per niente. Un riversamento su vasta scala della stessa logica che la Germania ha adottato in Europa con la Grecia: va bene, vi aiutiamo, ma in cambio vogliamo privatizzazioni, tagli e austerità. Diverse invece le richieste dei Brics che attendono dal 2010, anno della famosa riforma delle quote del fondo stesso, una concreta ridistribuzione del potere nella cabina di regia dell’organizzazione internazionale. Se no, questa volta, si chiudono i rubinetti.

Impossibile credere infatti alla scusa ufficiale della direttrice del fondo, la francese Christine Lagarde, secondo la quale la quota di partecipazione Fmi è stata ridotta “perché non ce n’è più bisogno”. Basta un mezzo sguardo sulle borse europee e sui conti spagnoli e italiani per rendersi conto di quanto, con tutto il rispetto, si tratti di una bugia bella e buona. Lo si legge sul quotidiano tedesco ’Frankfurter Allgemeine Zeitung’, d’altronde solo a gennaio la Lagarde era stata la prima a chiedere un impegno di almeno 500 miliardi. Un altro organo di stampa tedesco, il ’Der Spiegel’, scrive a chiare lettere che si tratta di “una prova di forza dei Brics” in cerca di “più potere nel board del Fmi” e di “ridurre il potere decisionale europeo”.

Nulla di nuovo per chi è stato al quarto summit dei Brics a Nuova Delhi a fine marzo, dove le cinque tigri hanno chiarito che non avrebbero aiutato l’Ue ad uscire dalla crisi se in cambio gli occidentali non avrebbero garantito loro più potere nel sistema di governo del fondo stesso. Nella dichiarazione finale di New Delhi, infatti, i cinque grandi emergenti dicono che “gli sforzi in corso per aumentare la capacità di prestito del Fmi avrà successo solo se ci sarà fiducia che l’ intera istituzione è veramente impegnata a mettere in pratica con sincerità la riforma del 2010”. E cosa c’è scritto nel testo di questa riforma? Sostanzialmente una ripartizione dei diritti di voto più conforme al peso delle economie e maggiori risorse disponibili. Ovvero una redistribuzione dei seggi del board (24 di cui 10 saranno riservati agli stati membri più grandi Stati Uniti, Giappone, Brasile, India, Russia, Cina e quattro economie europee) con l’Europa che rinuncia a due seggi, passando dagli attuali nove a sette e con la maggioranza qualificata viene mantenuta all’85% dei diritti di voto; il raddoppio quote (Già la riforma del 2008, mai entrata in vigore, avrebbe dovuto farle passare a 238,4 miliardi di dollari. Nel 2010 questa cifra sarebbe dovuta raddoppiare, superando così i supererà i 750 miliardi di dollari); aumento del peso dei Paesi emergenti (trasferimento del 6% dei diritti di voto dalle economie industriali a quelle dinamiche tutelando allo stesso tempo i diritti di voto dei paesi più poveri).

Ed eccoci qua all’aprile 2012 ma con buona parte della riforma ancora sulla carta per le reticenze (comprensibili) di alcuni Paesi. E a Bruxelles arrivano 200 miliardi di dollari in meno. Insomma, difficile credere alla coincidenza. D’altronde l’attacco al fortino Fmi da parte dei Brics parte da lontano, già dalla caduta di Dominique Strauss-Kahn nel maggio 2011 per l’ormai famoso scandalo sessuale di New York. In quell’occasione Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa chiesero addirittura la poltronissima che poi finì alla Lagarde, un’altra francese. 200 miliardi in meno. Una bella rivincita.

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