Grecia e Portogallo, due Paesi un solo destino

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L’Indro.it
La Grecia sull’orlo del fallimento attende l’ok dell’Eurogruppo per la tanche di aiuti di 130 miliardi di euro. Ma i mercato guardano già a Lisbona, prossima vittima designata della crisi della zona Euro.
E se ci fossero due Grecie in Europa? Spieghiamoci meglio. Atene potrebbe non essere la sola capitale europea a crollare sotto il peso della crisi economica, ma solo al prima a trovarsi nell’occhio del ciclone del mal d’Euro. Lisbona, all’estremo Ovest del continente potrebbe seguire lo stesso destino.

Proprio oggi l’agenzia statunitense Moody’s ha tagliato il rating del Paese, ma questo ormai non fa più notizia. Nemmeno il fatto che il Portogallo ha registrato una recessione dell’1.5 per cento colpisce più di tanto. Ma se si pensa che Lisbona solo l’anno scorso ha ricevuto 78 miliardi di euro di aiuti europei per evitare la bancarotta, allora la situazione appare di colpo più cupa. Si perché la domanda che in molti cominciano a farsi è proprio questa: a cosa servono questi aiuti? Nel caso della Grecia a davvero poco, visto che ci troviamo di fronte ad un autentico disastro con il Pil in crollo del 7 per cento e il Governo Papademos costretto la notte del 13 febbraio alla quinta manovra lacrime e sangue su dipendenti pubblici, stipendi e pensioni.

Nel Nord Europa sono in molti a stringere il naso, non tanto e non solo per questa nuova tranche da 130 miliardi di euro di aiuti, ma soprattutto per i dubbi sulla loro reale efficacia. Christopher Meyer, precedente ambasciatore britannico a Washington, si è da poco aggiunto al gruppo crescente dei critici su tali pacchetti di aiuti e sostenitori della svalutazione della moneta come unica soluzione concreta alla crisi. Tesi sostenuta anche da economisti di fama internazionale come Shaun Richards, secondo il quale una svalutazione del 25 per cento della moneta greca e una riduzione del debito pubblico del Paese permetterebbe al Paese di rilanciare le esportazioni e con esse la crescita economica. Si ma come? La strada è una sola: uscire dall’Euro e tornare alla Dracma.

 

Un’ipotesi che solo qualche mese fa faceva accapponare la pelle a Bruxelles ma che oggi sembra conquistare sempre più esperti, tanto da far scrivere Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, che “sarebbe meglio riconoscere lo stato desolante di Grecia e Portogallo e condurli al default utilizzando in seguito (e solo in seguito, ndr) fondi sufficienti per aiutarli nella ricostruzione”. Si perché bisogna ricordare che c’è anche il Portogallo. Se “salvare” con 130 miliardi di euro la Grecia si sta rivelando così difficile che dire se bisognasse aprire il portafogli anche per i portoghesi? Meglio non farsi sentire da Berlino.

Gli investitori temono che i tagli agli stipendi, l’alta disoccupazione e l’aumento delle tasse facciano aumentare ancora di più la recessione. Gli economisti sostengono che il vero banco di prova del Portogallo sarà quest’anno, quando il Governo dovrà tagliare il deficit del 4.5 per cento rispetto al 9.8 per cento del 2010. E non sarà facile. “La disoccupazione rimarrà molto probabilmente elevata e gli stipendi nominali saranno sotto pressione a causa dei tagli nel settore pubblico, riducendo in questo modo i consumi interni”, è stata la motivazione di Moody’s dopo il downgrade del Portogallo.

Intanto domani a Bruxelles si riunirà per l’ennesima volta l’Eurogruppo per mettere il sigillo finale ai 130 miliardi di aiuti alla Grecia, ma non sarà facile. “Il voto del parlamento greco è solo una delle condizioni che l’Eurogruppo ha posto alla Grecia prima di sbloccare gli aiuti”, ha detto il Commissario Ue agli Affari economici Olli Rehn il giorno dopo il trovato accordo ad Atene. Ancora più duro Philipp Roesler, ministro dell’economia tedesco, secondo il quale “è fondamentale attendere “l’attuazione delle riforme strutturali perché la meta resta ancora molto lontana”.

Insomma Lisbona è avvisata, pardon Atene.

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