Gran Bretagna, i benefici dell’Europa

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Pubblicato su Lettera43.it
Screen Shot 2013-08-06 at 13.18.41Tutto sommato alla Gran Bretagna conviene rimanere nell’Unione europea.
A dirlo è la prima parte del lungo rapporto sulla relazione Londra-Bruxelles – dal titolo Review of the balance of competences – fortemente voluto dal governo di David Cameron e iniziato a metà 2012.
Si tratta del primo atto in vista del referendum sull’adesione all’Ue promesso entro il 2017 dal premier (ma solo nel caso in cui sia rieletto nel 2015, come ha più volte precisato) a un’opinione pubblica sempre più euroscettica.
Restare nel club dei 28 conviene soprattutto per il mercato unico, fonte di commercio e business per migliaia di imprese d’Oltremanica. Ma non solo per questo.

A LONDRA CONVIENE L’UE. Il rapporto – a coordinare la stesura del testo è stato William Hague, segretario di Stato per gli Affari esteri e del Commonwealth – è il primo di 32 relazioni attese entro il 2014 cui partecipano uomini d’affari, accademici e membri di varie organizzazioni. E ha messo nero su bianco vantaggi e svantaggi di far parte dell’Ue per la Gran Bretagna. Soprattutto per alcune aree strategiche, come il mercato interno, la sicurezza alimentare, la sanità pubblica, la tassazione e gli aiuti allo sviluppo. E alla fine per Londra, con buona pace degli euroscettici, i vantaggi sono risultati essere superiori agli svantaggi.
L’espansione delle aziende britanniche grazie a Bruxelles
Il report ha evidenziato che molte aziende britanniche hanno potuto espandersi agevolmente in tutta Europa proprio perché Londra fa parte dell’Ue.
Anche sul caso dell’emergenza delle lasagne alla carne di cavallo l’immediata reazione inglese è stata merito di Bruxelles e del suo Rapid alert system che indica l’alto livello degli standard europei. E, sempre nell’alimentazione, ci sono settori, come la conservazione del pesce, che necessitano di regole condivise a livello internazionale.
BENEFICI NELLA SANITÀ. Inoltre è nell’interesse britannico lavorare insieme con i partner continentali per arrivare ad accordi e posizioni più vantaggiosi.
Poi c’è il capitolo della tassazione: la politica fiscale resta sostanzialmente di competenza nazionale, ma Bruxelles si limita ad accertare che le aziende non siano costrette a pagare due volte la stessa imposta in Paesi differenti.
Anche nella sanità pubblica Londra ha avuto importanti benefici. Grazie alla mobilità interna, il sistema sanitario della Gran Bretagna ha potuto contare su circa 10 mila lavoratori arrivati da altri Paesi europei.
BUSINESSMAN IN PRESSING. A sostenere la permanenza dell’Inghilterra nell’Ue, c’è stata poi la pressione degli uomini d’affari britannici.
Per esempio, a gennaio, imprenditori come Richard Branson di Virgin, Chris Gibson-Smith del London Stock Exchange e Roger Carr, presidente della Confindustria britannica hanno inviato una lettera a Cameron sottolineando che l’uscita dall’Europa potrebbe costare oltre 30 miliardi di euro all’economia inglese.
Addirittura il think tank Open Europe, fondazione apertamente euroscettica – ma talvolta in modo costruttivo – e che non perde occasione per criticare l’operato di Bruxelles, ha evidenziato in un rapporto del luglio 2012 – Trading places: is Eu membership still the best option for Uk trade? – che alla Gran Bretagna convenga senza dubbio rimanere all’interno dell’Ue per difendere i propri interessi.
L’ALTOLÀ DEL GIAPPONE. Se non bastasse, anche il Giappone, da sempre in rapporti privilegiati con l’Inghilterra, ha consigliato a Londra di non minare le relazioni con Bruxelles.
Una parte consistente degli investimenti nipponici in Gran Bretagna, infatti, sono dovuti direttamente alla sua posizione all’interno del mercato unico europeo. E che si traducono per l’Inghilterra in 130 mila posti di lavoro.
Non si placa l’ondata di euroscetticismo in Gran Bretagna
Nonostante tutto, l’ondata di euroscetticismo che da sempre, ma particolarmente negli ultimi mesi, scuote i cuori britannici non si è placata.
Lo dimostra l’exploit alle ultime elezioni amministrative dell’Uk independence party (Ukip): la formazione ultra liberale e nazionalista guidata da Nigel Farage che ha raggiunto il 21% (nel 2010 aveva appena il 3,1%).
Farage, eurodeputato euroscettico del gruppo Europa per la libertà e la democrazia – di cui fa parte la Lega di Nord nel parlamento europeo – ha bollato il report come «futile e cinico» e l’ha considerato come una nuova prova secondo cui «Cameron vuole rimanere nell’Ue».
LA PROTESTA DEI TORY. Anche i Tory più conservatori hanno qualcosa da ridire rispetto ai vantaggi di rimanere in Europa evidenziati dal rapporto.
Per esempio sulla Working time directive (la direttiva Ue che fissa regole comuni minime sull’orario di lavoro per tutela la sicurezza dei lavoratori europei) accusata di intromissione nel mercato del lavoro britannico, e su alcuni vincoli giudicati «troppo stretti» del mercato interno.
Il conservatore Douglas Carswell ha quindi colto la palla al balzo e ha chiesto al premier che i rappresentanti britannici incaricati di negoziare i rapporti tra Londra e Bruxelles siano nominati dal parlamento.
L’OPPOSIZIONE IN EUROPA. Tuttavia ultimamente a Bruxelles la Gran Bretagna si presenta solo per dare pugni sul tavolo. Dall’opposizione sfrenata alla Tobin Tax, alle obiezioni sollevate di fronte al progetto di Unione bancaria europea, dai tagli imposti e ottenuti al bilancio multiannuale europeo 2014-20 alla difesa a oltranza del rebate britannico (il rimborso che ogni anno Londra riceve dagli altri Paesi Ue per i fondi europei non utilizzati).
Insomma, piuttosto che limitarsi a fare la voce grossa, a questo punto, secondo qualcuno è meglio che la Gran Bretagna lasci l’Europa al suo destino. Anche se, come ha evidenziato il report, in realtà la fortuna di Londra è legata all’Ue.

@AlessioPisano

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