Gioventù bollita

0

Pubblico questa invettiva scritta da un giovane italiano che vive e lavora a Bruxelles e che preferisce rimanere anonimo. Si tratta di un ‘j’accuse’ impietoso nei confronti di una gioventù – di cui ancora faccio parte anch’io – spesso troppo incline a piangersi addosso invece che ad agire di fronte all’oppressione sociale di cui è vittima in Paesi come l’Italia. Si tratta di un ‘avvelenata’ a tratti forse un po’ esagerati ma scritta di getto da un ragazzo che non ci sta, a cui non piacciono le ipocrisie in cui troppo spesso noi giovani ci crogioliamo. Di fronte a simili scritti polemici ci si può indignare ed arrabbiare, io preferisco riflettere.

Perché la pubblico? Perché lo ritengo opportuno.

Perché il ragazzo vuole rimanere anonimo? Sono fatti suoi.

A voi la lettura.

@AlessioPisano

Eccoli qui: a berciare in rete sulle ingiustizie del mondo, a pubblicare frasi e citazioni motivazionali, passaggi di libri, articoli edificanti sul cambiamento, sulla palingenesi della società, erudite analisi di critica su qualunque fenomeno che riguardi la sociologia, la politica e la scena internazionale: tutti eruditi, opinionisti, idealisti, sognatori, rivoluzionari. Tutti rivoluzionari. Tutti. Tutti rivoluzionari dietro allo schermo del loro ufficio al tredicesimo piano di qualche grigia consulting o amministrazione, o di una stravolgente “start-up “ che sforna “innovazione sociale”, blindati dietro la loro tastiera asettica. Rivoluzionari che vorrebbero rivoluzionare sé stessi, sconvolgere quello stesso mondo che li pasce, li sostenta e permette loro di non crepare di fame e giustificare una produttività che si approssima allo zero (che anzi produce segno negativo e intralcia). Rivoluzionari da salotto, imbottiti di ideali liberali, ecumenici e di tolleranza ma con stili di vita da fare invidia ad un torneo di imborghesimento a squadre: da grattare sotto la scorza di convinti laici mangiapreti per scoprire un cuore di cattolici dalla carità pelosa da applicare ed esigere rigorosamente sulla pelle degli altri. Rivoluzionari dall’alto, da manifestazioni con tanto di selfie e hastag a corredo, da tam-tam no-global e terzomondista che transita per i network e gli strumenti del capitalismo 2.0 (perché rifiutare la balla dell’internet libero e della filantropia di Zuckenberg e Page vi costerebbe troppe rinunce di comodità e pigrizia mentale: come diamine vi arriverebbe a casa il vostro sushi preferito a portata di clic senza una connessione, dove pubblichereste la foto dell’ennesimo tramonto da romantico avventuriero formattato?), agevolmente intercambiabili con un brunch a Praga o una foto ricordo con qualche tribù spersa del Borneo, immortalati e ansiosamente condivisi su Facebook, perché se gli altri non lo sanno allora non si è mai verificato: un clic e la coscienza viene lavata o elevata, una dose, una tirata, una sniffata di interconnessione immateriale per obnubilare la tangibile solitudine di una realtà che non è proprio quella che promettevano gli svaghi fanciulleschi degli Ottanta e il turgore decadente dei Novanta, nella bambagia familiare e imbottiti di quiete prima del diluvio.

Contro le ingiustizie, su un low-cost diretto per il week end a Lisbona, (ma guai a chiamarli turisti che scorrazzano nei cieli, loro sono viaggiatori, il selfie con la Lonely Planet ne è somma attestazione), contro le apprensioni retrograde e filisteee del popolino nei confronti della globalizzazione delle persone, delle culture e delle merci dettata dalle multinazionali che vogliono una mandria di popolazione mondialmente indistinta per gusti commerciali, colore e cultura (perché tanto il loro PhD sulla storia dei peli del culo nel tardo zoroatrismo non potrà mai essere oggetto di dumping sociale,le sfilze di tirocinii non retribuiti in ONG potranno essere sostentati dalle finanze familiari e le loro magioni sono ben distanti da banlieues e ghetti dove si consuma una quotidiana guerra tra poveri, anzi li difendono come una terra genuina, mitologica ed esotica localizzata vagamente su Google Maps, ben tenendosene alla larga). Dalla parte del popolo, della democrazia diretta, salvo esescrare il suffragio universale quando il popolo caprone vota una Brexit o per candidati che non garbino ai gusti liberal-chic di queste presunte élites disgustate da tanta ristrettezza mentale (allora non vale, rifo rifo arimo!). Dalla parte dei più deboli, a priori, per moda, per paternalismo neo-colonialista mascherato da umanesimo peloso e antagonista: perché la società in cui viviamo e di cui sfruttiamo tutte le libertà e possibilità senza freni alcuni è come una gabbia dorata di libera circolazione, roaming azzerato e disperato bisogno di mostrarsi diversi nella propria omologazione di consumatore e individualismo livellato. Perché in fondo anche fare il tifo per i disperati di oggi che scappano dalle nostre bombe, dai mostri della ragione che le nostre stesse società hanno generato dà un brivido di vita, un afflato di adrenalina, quasi da reality show: comodamente sorseggiando uno smoothie dietro al pc condividono sdegno, utopicamente impartiscono lezioni morali, acriticamente pongono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, simmetricamente imbecilli ai sostenitori dei Trump e Le Pen vari.

Perché questo Occidente annoia, non da più nessun fremito, nessuna palpitazione da offrire: tediati, pasciuti, eternamente insoddisfatti, insofferenti, tignosi nei confronti di un sistema sociale che, conquistato dopo tante lotte civili, li ha imbrigliati in un soffocante abbraccio di dipendenza e controllo: il posto fisso, la paghetta regolare che arriva a fine mese, le vacanzine programmate, il welfare parassitario e narcotizzante.

Fatti un po’ con lo stampino, sfornati da qualche opificio a diplomi magari in eccellente graduatoria sull’Economist, generosamente finanziati da mamma e papà (per poi essere i primi a stracciarsi le vesti in pubblico per un accesso paritario all’educazione), hanno collezionato soggiorni in svariate città come figurine Panini, ma sempre recintati nella loro bolla expat, nella loro koiné anglofona, nei loro ristretti scenari culturali fatti di sarcasmo e citazioni pop, serie tv e studentati internazionali.

Il loro amore, quello ai tempi di Tinder, di ogni regola e trasgressione valida, del totale disinteresse post-moderno per il sesso (meglio lo sballo, le droghe sintetiche, la musica elettronica insopportabile da sobri, nell’autoesaltazione isolata del proprio ego), del “derecho a ser feliz” perché i doveri sono un costrutto oscurantista e retrogrado, la libertà di pensiero, pur che non si discosti dal dogma unico, quella unica, riconosciuta come “cool” e progressista. E tanta infelicità e astio di sottofondo, nell’ossessione di un “like” rubato per aver pubblicato un pensiero ritenuto fuori dal coro, tanto bisogno di sentirsi riconosciuti in un mare magnum di interconnessioni aride e virtuali, senza calore, proiettati nella solitudine siderale lontani da un nucleo di affetti, di un territorio (loro sono cittadini del mondo, a loro basta una connessine wi-fi, uno spazzolino da denti e una Mastercard!). Guardate il paesaggio che mi sarei goduto se non fossi stato impegnato a regolare il filtro della foto ed alambiccarmi per una didascalia originale! Mirate questa pietanza che consumero gia fredda quando avro’ calibrato gli hashtag! Studiatemi questo copia-incolla sapientemente riciclato da qualche sapido articolo intercettato in rete!

Questa la presunta gioventù dorata (più vicina al piscio paglierino che al nobile metallo), la nostra giovane nomenclatura vecchia dentro, in moto perpetuo per un posto fisso, alla ricerca di un colletto bianco da tatuarsi a vita sulla pelle, mollacciona fisicamente e sonnolenta intellettualmente, incapace di iniziative, di prendere nelle proprie mani la vita, affamata di welfare e diritti ma pronta ad azzannare e sputare nella mano dello Stato-padrone che controlla, dispensa e discretamente dirige, dando l’impressione a questa mandria di esser padroni del proprio destino.

Una gioventù ricca materialmente, ben più dei loro genitori; ma al contrario loro povera di prospettiva, orfana di traguardi, di sfide: perché in fondo si ha tutto, ben oltre la soglia minima di sopravvivenza; e per questo votata all’impotente declamazione di voler distruggere ed esecrare, a fare continuo esercizio di cinismo, ad autofagocitarsi in un disprezzo della nostra civiltà senza remore, la stessa che, con tutti i suoi limiti e le mancanze, vi permette di accattarvi i vostri viaggettini d’evasione e circolare senza restrizioni, insultare e dileggiare Gesù ponendogli un vibratore in mano e spacciarlo per arte (provate a farlo con Maometto, cuori impavidi?), mostrare i vostri testicoli flosci al bike pride per nudisti..ecco, forse non vivete nel migliore dei mondi possibili, ma sicuramente nel meno peggio si. Almeno secondo i vostri parametri approntaticci e incoerenti.

Avete fatto del relativismo culturale e del multiculturalismo il vostro orgoglio, il vostro baluardo, il vostro dogma indiscutibile, in sfregio alle diversità profondo e a volte in travalicabili dei popoli di questo pianeta, alle loro tradizioni, ali loro territori, in piena ignoranza delle sedimentazioni secolari della Storia: forse perché vi risulterebbe troppo faticoso inquadrarvi in una cornice di valori fissa e determinata, che comporti anche rinunce, oppure confrontare la vostra ideologia con una realtà ben più complessa dei vostri slogan e delle vostre teorie monolitiche. Anche se poi nella prassi vi approcciate al problema come ad un buffet, uno stuzzico di quello e un assaggio dell’altro, tutto assemblabile, come un open-source senza troppo badare a coerenza e linearità di scelte. Ma tranquilli, per la vostra dissonanza cognitiva à la carte ci sarà sempre un blog o un passaggio di un libro o un pensatore disperatamente in questua di credito che avallerà le vostre scemenze, la vostra vacuità, la vostra pia illusione di essere in controtendenza e titanicamente contro il mondo a spalmare sussiego e antagonismo e sfogare su una tastiera la vostra frustrazione di vivere. Tutti a scandire: “Orsù, armiamoci contro le ingiustizie e le iniquità. E partite.”

Ps: il presente è scritto di getto e di rabbia il giorno dopo a quando Bruxelles si è svegliata con i suoi sogni di integrazione e di oasi immune al terrore infranti; un risveglio amaro quando, oltre che a Zaventem, un ulteriore kamikaze si e fatto esplodere nel pieno cuore delle istituzioni europee. Ma neanche questo nero assaggio di realtà, di guerra prossima, cambierà tanto la vostra attitudine. Dopo le vostre foto di profilo addobbate di nero, giallo e rosso, i vostri pastelli colorati a imbrattare le vie della città, le vostre vignette satiriche in sprezzo dei terroristi, i vostri accorati appelli a “restare umani” (tranquilli, sono millenni che il nostro genere segue alla lettera questo consiglio distruggendo, uccidendo e inquinando), il vostro Imagine debitamente strimpellato, i vostri appelli al cambiamento, alla palingenesi e all’amore universale passeranno i giorni e ripiomberete nei vostri aperitivi, i vostri post sapidi online e i vostri viaggetti dall’altro parte del globo. In attesa che il prossimo boato di adrenalina sconquassi il vostro torpore di martiri inerti.

Leave A Reply