Giovani e lavoro in Europa, un rapporto indeterminato

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L’Indro
La disoccupazione giovanile in Europa cresce. Bruxelles lo sa bene e se ne preoccupa. Tant’è che, un po’ a sorpresa, l’ultimo meeting informale dei capi di di Stato e di Governo al Consiglio europeo ha deciso di riservare proprio all’inserimento lavorativo dei giovani una vasta fetta di investimenti comunitari. Sicuramente una buona notizia. Si tratta degli 82 miliardi di fondi strutturali ad oggi non spesi dai 17 Paesi membri e stanziati per il periodo di programmazione 2007-2013. Secondo i calcoli della Commissione all’Italia spetterebbero circa 8 miliardi di euro, un bel gruzzoletto in tempi di ristrettezze economiche.
D’altronde i numeri fanno male. In Italia la disoccupazione giovanile (tra i 19 e 24 anni) è al 30,1%, di sicuro meglio dei cugini spagnoli, dove raggiunge l’apice del 49,6%, ma comunque ben al di sopra della media europea. Come si dice, al peggio non c’è mai fine. Ecco ad esempio che in Grecia i disoccupati sono al 46,6% e in Portogallo al 35,1%, ma sono paragoni che è meglio non fare, dal momento che la Atene è praticamente fallita e su Lisbona si sta attirando l’occhio della tempesta della crisi Euro. Non stanno bene nemmeno Slovacchia (30,7%9, Lituania (31,1%), Lettonia (29,9%) e Irlanda (29,3%). Otto Paesi che, non a caso, sono stati messi sul tavolo speciale della Commissione europea all’atto di spartire i fondi strutturali che restano ad oggi nelle casse di Bruxelles. Si tratta di fondi comunitari, stanziati su programmi di sette anni, che dovrebbero servire a finanziare programmi di sviluppo e coesione nei 27 Paesi membri. Capita infatti che questi fondi non sempre vengano spesi per intero per i più disparati motivi, tra cui la mancanza del cofinanziamento parallelo dello Stato membro indispensabile per ricevere la fetta europea.

Ecco allora che il 30 gennaio scorso i leader europei hanno deciso di usare questi soldi per aiutare i Paesi con la più alta percentuale di disoccupazione giovanile, tra cui appunto l’Italia. Secondo i calcoli della Commissione, organo esecutivo dell’Ue e detentrice della “calcolatrice di bilancio”, a Roma spetterebbe circa il 29 per cento degli 82 miliardi totali, insomma un bottino di circa 8 miliardi di euro. La riprogrammazione deve essere concordata tra la Commissione europea e ciascuno degli otto Stati membri; questo aspetto rappresenterà il principale compito dei gruppi di intervento, degli special team formati apposta per veicolare questi finanziamenti. Composti da rappresentanti delle autorità nazionali e da funzionari delle direzioni generali Politica regionale, Occupazione, affari sociali e inclusione, Istruzione e cultura e Affari economici e finanziari, hanno già iniziato a riunirsi per decidere il da farsi. Ogni gruppo collaborerà con le autorità nazionali e le parti sociali alla definizione di azioni mirate per combattere la disoccupazione giovanile e aiutare le Pmi ad accedere a prestiti e finanziamenti.

Il problema è garantire che questi fondi siano effettivamente spesi per agevolare l’occupazione giovanile e non si perdano nei soliti mille rivoli che in Italia conosciamo tanto bene. Lo stesso Parlamento europeo, questa settimana, ha accolto con favore la decisione del Consiglio e della Commissione, ma si è raccomandato di seguire cinque linee principali: il risanamento del bilancio favorevole alla crescita, l’efficacia dei sistemi di protezione sociale, una maggiore crescita e competitività, la lotta al lavoro precario tra i giovani e la modernizzazione delle istituzioni pubbliche. Nobili intenti ma non facile da concretizzare, visto che l’esperienza insegna che passando dalla carta ai fatti qualcosa si perde sempre.

Difficile, inoltre, impiegare i fondi allo stesso modo in tutti gli otto Paesi “bisognosi”. “Non è possibile fare generalizzazioni”, ammette la Commissione europea. In Grecia, Irlanda e Portogallo (destinatari dei programmi Ue/Fmi) le cause dell’alta disoccupazione sembrerebbero maggiormente legate alle conseguenze della crisi economica e finanziaria, spesso aggravata dalle difficoltà strutturali esistenti. In altri Stati membri come Slovacchia, Lituania e Lettonia uno dei principali fattori è rappresentato dallo squilibrio tra la domanda e l’offerta di competenze sul mercato del lavoro. In Spagna il livello di abbandoni scolastici è molto elevato, il che ha un impatto sulla capacità della forza lavoro di soddisfare la domanda di determinate competenze. E in Italia? Bè da noi, ammette la Commissione, i problemi sono “numerosi”,  ad esempio la “segmentazione del mercato del lavoro e un sistema di sostegno ai disoccupati non equilibrato che ha creato disparità tra le diverse generazioni”. I primi di marzo i capi di Stato e di Governo si incontreranno nuovamente a Bruxelles per decidere concretamente come spendere questi fondi contro la disoccupazione. Buon lavoro!

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