Fiscal compact, ma l’Ue è davvero salva?

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L’Indro.it

Consiglio europeo approva fiscal compact, ma l’Ue perde oltre a Londra anche Praga. Alla soddisfazione di Monti, Merkel e Sarkozy fanno da contrappeso i dubbi di Polonia e Slovacchia, e l4ue è sempre meno unita. Di Grecia non si è parlato, forse un vertice apposito l’8 febbraio. La proposta di commissariamento fatta da Berlino? “inconveniente”.
Tutti contenti all’uscita del summit europeo di ieri che ha visto riuniti i capi di Stato e di Governo europei, o quasi. Soddisfatto Mario Monti, secondo il quale con l’approvazione del tanto osannato fiscal compact è stato “perfezionato l’ultimo pinnacolo sul rafforzamento della disciplina di bilancio”. Soddisfatto Sarkozy, che non vede l’ora di tornare a Parigi a vendersi l’accordo raggiunto in campagna elettorale per le presidenziali di aprile. E pure la Merkel questa volta sorride, visto che con l’approvazione del nuovo “Trattato intergovernativo sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione monetaria ed economica”, Berlino può finalmente dire che ha prevalso la linea della “severità di bilancio”. Insomma una grande festa, se non fosse che con il reiterato rifiuto di aderire all’accordo della Gran Bretagna, quello nuovo della Repubblica Ceca, e il “nì” detto in extremis da Polonia e Slovacchia, l’Unione è sempre meno unità. E la Grecia? Meglio non toccare questo tasto, se ne riparlerà l’8 febbraio, forse.

L’approvazione del fiscal compact di cui si parla da mesi dovrebbe essere una buona notizia, ma la crisi economica che imperversa da un paio d’anni ormai ci ha insegnato a diffidare delle soluzioni troppo facili. Troppi vertici europei si sono susseguiti per pensare davvero che questo sia quello definitivo. Forse Monti ha ragione quando dice che grazie al nuovo patto di bilancio “l’Europa siede sulla solida roccia della disciplina di bilancio” e questo darà “tranquillità ai mercati” e garanzie “a governi e Bce”. Ma a questo punto bisogna domandarsi “a quale Europa”? Il niet di Praga, motivato con questioni di “ratifica” e i pesanti dubbi di Varsavia e Bratislava di sicuro non fanno bene all’inizio di un ciclo duro e lungo che dovrà, secondo la Merkel, vedere il fiscal compact finire all’interno dei trattati Ue entro i prossimi cinque anni. L’impervia ratifica del trattato di Lisbona, sulla carta acclamato da tutti, ci ha insegnato quando sia difficile far passare importanti modifiche sul funzionamento dell’Unione europea, figuriamoci adesso che sul fiscal compact i dubbi ci sono già agli albori.

La rigida disciplina di bilancio imposta dalla linea tedesca vede infatti l’obbligo del pareggio di bilancio (l’equilibrio è definito come un deficit strutturale, al di fuori degli elementi eccezionali e del pagamento degli interessi sul debito, ad un livello massimo dello 0,5% del Pil), il deficit massimo al 3 per cento del Pil e del debito pubblico al 60 per cento. Per chi sgarra la Corte europea di Giustizia può imporre, previa denuncia della Commissione europea o di uno Stato membro, una sanzione fino ad un massimo dello 0,5 per cento del Pil, insomma mica bruscolini. Una stretta tutta tedesca attorno alla vita di un’Europa oggi troppo propensa a spendere e spandere e poco incline a far quadrare i conti a fine anno. Scontati i dubbi di quei Paesi, come la Polonia, che cresce del 3,8 per cento anno e che proprio non ci tiene ad essere ingabbiata dai paletti tedeschi “soltanto” nel caso il proprio deficit sforasse il 3 per cento. Per non parlare della Repubblica Ceca, Paese non Euro, che non ha firmato per “ragioni costituzionali” e preferisce prima passare per un referendum nazionale. E la Gran Bretagna? Partita persa, visto che Cameron non ha nemmeno espresso il desiderio di partecipare come osservatore alle riunioni dell’Eurogruppo.

E poi la Grecia. “Non abbiamo parlato molto di Grecia”, ha confessato il Premier Monti all’uscita del summit, parole che suonano un po’ come “non aprite quella porta”. Il capitolo Grecia è infatti fosco più che mai, con la scadenza di dieci giorni di tempo per definire le perdite che gli investitori privati dovranno sopportare sempre più vicina. Il 20 marzo Atene dovrà rimborsare 14,5 miliardi di Euro, se non ce la facesse il default sarebbe a quel punto inevitabile. Certo, basterebbe convincere le banche che non è proprio possibile garantire una rendita del 4 per cento delle obbligazioni a lunga scadenza e che il 3,5 per cento è proprio il massimo che Atene può permettersi. Ma convincere il signor Charles Dallara non è proprio facile. Ecco allora che il fulmine a ciel sereno di Berlino che nei giorni scorsi ha proposto di commissariare la Grecia “per un certo periodo” affidando a Bruxelles stesura e approvazione del bilancio nazionale. Proposta prontamente ritirata dopo che da Atene si stavano preparando a mandare tutto all’aria e che l’intera comunità internazionale ha giudicato la proposta “inconveniente”. “Nemmeno la Merkel è veramente a favore”, ha confidato il Presidente francese dopo il summit. Ma allora perché l’ha proposto? Sta di fatto che indiscrezioni vogliono un vertice Ue tutto dedicato alla Grecia per l’8 febbraio, un vertice che visti i problemi da risolvere nel Paese dovrebbe durare almeno una settimana. Ma di tempo non ce n’è più, le lancette dei mercati scorrono veloci, e poi resta la ratifica del fiscal compact.

Insomma, l’Europa è davvero salva dopo il vertice di ieri?

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