Eurozona, Stati in crisi

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L’Indro.it
 Chi ha detto che la crisi dell’Eurozona è finita? I 17 Paesi membri Euro tremano come non mai, specie nelle periferie. Le ultime stime del Fondo monetario internazionale fanno paura, con un credit crunch (diffidenza delle banche a prestare soldi anche tra loro stesse) alle stelle per i prossimi 18 mesi e il 7% degli asset delle banche europee congelati in cassaforte, o sotto il materasso. Ma prendiamo Stato per Stato.
Dici crisi economica e a Bruxelles viene in mente la Spagna. Secondo il Fmi Madrid non raggiungerà i livelli di crescita economica che si sono registrati nel 2008 prima del 2017, sei anni più tardi della Germania, altro che pareggio del bilancio entro l’anno. Non meglio va se prendiamo la disoccupazione. Gli esperti Fmi stimano che non si riuscirà a recuperare prima del 2022, forse del 2023, e a essere ottimisti. Questo vuol dire che la Spagna crescerà (forse) scarsamente nel 2013, restando comunque sotto il 2% fino al 2017. Ma il condizionale è d’obbligo, nel senso che le cose potrebbero andare anche peggio. Tuttavia, all’insegna del più puro ottimismo o della più ingenua pazzia, il Ministro dell’economia spagnolo Luis de Guindos si è detto sicuro che il suo Paese non avrà bisogno dell’aiuto del fondo salva Stati Efsf per ricapitalizzare le proprie banche, proprio mentre sempre più voci in Europa suggeriscono che il fondo sia autorizzato a dare i soldi direttamente alle banche invece di passare dagli Stati membri. O forse, ad essere maliziosi, il Ministro guardava già al fondo Ems che entrerà in vigore il prossimo luglio.

Adesso passiamo alla Grecia. Si perché i problemi spagnoli non devono far dimenticare che quelli di Atene non son mai stati davvero risolti, checché se ne dica nel Paese. Qui di ricapitalizzare le banche se ne parla senza ’se’, anche se l’incontro tra Lucas Papademos, Premier in pectore, e il governatore della Banca centrale ellenica Giorgos Provopoulos non ha portato allo scioglimento del bandolo della matassa. Sta di fatto che la Banca centrale avrà presto bisogno di 6,6 miliardi, Eurobank 4,6 miliardi, Alpha 2,6 e Piraeus 4,6. E in questo contesto che il neo leader socialista Evangelos Venizelos ha chiesto all’Ue e al Fmi un altro anno di tempo per raggiungere gli obiettivi di bilancio il giorno dopo che Christine Lagarde, direttrice del Fmi, ha sottolineato l’importanza che Atene soddisfi tutti gli accordi presi a Bruxelles. “In giugno la Grecia dovrà decidere come raggiungere gli ulteriori 11 miliardi di tagli entro la fine del 2014. Questo aggiustamento dovrebbe essere un po’ più delicato, arrivando almeno fino al 2015”, ha dichiarato Venizelos. Ancora da registrare le reazioni dei partner europei.
L’altro Paese sulla black list dell’Eurozona è da sempre il Portogallo. Secondo un editoriale del ’Financial Times’, di fatto Lisbona ha circa due mesi per convincere che non ha bisogno di un secondo bailout. “Nel settembre 2013 il Portogallo dovrà trovare 9 miliardi e 700 milioni per pagare delle obbligazioni arrivate a scadenza”, si legge. Facendo un po’ di calcoli calendario alla mano, la previsione sembra piuttosto esatta, soprattutto visti i tempi tecnici (Grecia insegna) che ci vogliono a Bruxelles per organizzare un bailout anche di piccola e media portata.
E nei Paesi forti cosa succede? Il Ministro delle finanze olandese, Jan Kees de Jager, ha espresso pubblicamente il desiderio che gli hedge funds e gli speculatori degli stock market siano posti sotto la supervisione della De Nederlandsche Bank (DNB) e del Financial Markets Authority (AFM). Questo vorrebbe dire che la banca DNB possa verificare se questi fondi siano finanziariamente stabili e quali rischi potrebbero comportare. Da parte sua l’AFM monitorerebbe proprio il comportamento degli speculatori e i prodotti che questi offrono. Insomma, la fiducia è finita, la crisi dell’Eurozona invece continua.

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