Europa a tutti i costi

3

L’Indro.it
Adesso la paura dell’Eurozona si chiama Spagna. E la Grecia in confronto sembra un capriccio da bambini. E se a Bruxelles si trema, a Madrid non si dorme la notte. Almeno una persona è insonne da settimane, il Premier spagnolo Mariano Rajoy, sulle cui spalle poggia il destino di un Paese e il futuro di 46 milioni di persone. E questa volta, “indignarsi” non basta.
A parlare sono gli ultimi dati finanziari: gli interessi delle obbligazioni spagnole hanno sfiorato ieri il 7 per cento, con uno spread (differenziale di rendimento con i bund tedeschi) a quota 511. Sono cifre che assomigliano tanto alla situazione greca pre-bailout, con una sola differenza: la Spagna avrebbe bisogno minimo di 400 miliardi di euro per mantenere a galla il proprio sistema bancario, minacciato dalla bomba ad orologeria rappresentato da Bankia, il secondo istituto di credito spagnolo che ha subito perdite nelle proprie azioni del 26 per cento.

Il quotidiano spagnolo El Pais parla già di “Black Monday”, echeggiano quel “giovedì nero” che nel 1979 mise a soqquadro l’intero panorama economico finanziario mondiale. Ma a ben guardare, il paragone non è azzardato. Perché salvare la Spagna non è per l’Europa “facile” come salvare la piccola Grecia, che tra le alte cose risulta ancora appesa al filo dell’incertezza delle prossime elezioni di fine giugno. Il sistema bancario spagnolo fa paura a Bruxelles, dove ad aprire il portafogli per Madrid vengono i brividi soltanto a pensarci. Non è un caso che Mariano Rajoy, popolare duro e puro, sia venuto al summit europeo dello scorso 23 maggio in compagnia di François Hollande, socialista fino al midollo. Di questi tempi, infatti, meglio stringere amicizia con chi in Europa può perorare la causa dei più deboli che con i falchi tedeschi, austriaci o finlandesi, che all’idea di sborsare ancora un solo euro non ci pensano nemmeno. Anche perché per il momento Rajoy, povero ma fiero, a chiedere l’aiuto della Bce non ci pensa nemmeno. A Bruxelles si dice che questo sia più per motivi politici e di reputazione (Rajoy è subentrato lo scorso novembre al socialista Zapatero promettendo di salvare l’Espana) che di budget.

Ed è a questo punto, tra una Grecia attaccata al tubo respiratorio, una Spagna sull’orlo del precipizio e un’Italia chissà, che qualcuno tira fuori il libro di storia di questo Euro giovane ma già così malato. Sì perché sarà per la crisi economica mondiale, il fallimento della Lehman Brothers, la bolla edilizia spagnola, il debito pubblico italiano e la corruzione della politica greca, ma la domanda sorge spontanea: possibile che la moneta unica, simbolo e incarnazione dell’integrazione europea, sia così debole? Le crisi economico-finanziarie, infatti, sono inevitabili nel corso ciclico della storia, ma la tenuta di una moneta non dovrebbe essere messa in discussione. O forse il problema è ancora più a monte, all’ingresso stesso di questi Paese nella moneta unica?

Ed ecco che a Berlino si torna a sfogliare i registri contabili degli anni in cui i 17 Paesi oggi dell’Eurozona hanno fatto il loro ingresso nella zona Euro. Paesi come Spagna e Grecia hanno fatto l’impossibile per entrare nella moneta unica vista all’epoca come la chiave sicura dello sviluppo e dell’accesso al mercato unico europeo. Un altro Paese, denunciano da tempo oltre confine, fece carte false per farsi Euro con trucchetti finanziari e imposte dell’ultimo momento. Tant’è che giornali come il tedesco Der Spiegel accusano oggi che l’allora Cancelliere Helmut Kohl sapeva e tacque, un po’ per europeismo convinto, un po’ per opportunismo politico. Ma attenzione, non parliamo né di Spagna né di Grecia, ma di quell’Italia che nel gennaio del 1999 si inventò addirittura una tassa per l’Europa pur di soddisfare i parametri necessari a far parte della partita. Che prima o poi anche all’Italia si presenti il conto da pagare?

 

Discussion3 Comments

  1. Il problema è proprio a monte Alessio: l’Europa non è assolutamente un’area ottimale per creare una moneta comune. Zone con differente struttura economica sono soggette a cosiddetti shock asimmetrici che rendono difficile (se non impossibile) una politica monetaria comune; per ovviare a questa problema ci dovrebbe essere un’unica politica fiscale a livello unitario come meccanismo di redistribuzione e un’alta mobilità dei fattori produttivi (prima di tutto dei lavoratori), ma anche queste due caratteristiche mancano all’area Euro. Evidentemente quando è stata creata questa moneta si è pensato maggiormente ai benefici di natura politica, che a quelli di natura economica. E oggi tutti i nodi stanno venendo al pettine …

  2. Non per niente l’unione bancaria e un’integrazione fiscale più stretta sono gli obiettivi di Bruxelles, ma per fare questo si sono molti ostacoli da superare, primo fra tutti la sovranità dei Paesi membri.

    “Zone con differente struttura economica” dici? Non lo è anche l’Italia?

  3. Appunto anche l’Italia…ma un Paese può ovviare alle differenze di sviluppo regionale con politiche di tipo monetario e fiscale, un’unione virtuale come l’UE (senza politiche fiscali univoche, senza mobilità dei fattori) no. Non penso poi che la sovranità degli stati membri della UE verrà mai messa in discussione, la stragrande maggioranza degli “europei” non sarebbe d’accordo. E giustamente forse…

Leave A Reply