Crisi, e i capitali fuggono

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L’Indro.it
Continua la fuga di capitali da Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda. Via in un anno, secondo dati ’Bloomberg’, 326 miliardi di euro. Destinazione sono i Paesi forti come la Germania. Secondo gli esperti “rilanciare la crescita in questo modo è impossibile”. La Bce si è sostituita (ben prima del piano OMT di Draghi) agli investitori in fuga, ma questo intervento potrebbe beneficiare in un primo momento solo i grandi investitori del centro Europa. La soluzione potrebbe essere l’attuazione dell’unione bancaria europea, ma qui la strada è ancora molto lunga.
Rilanciare la crescita economica per i Paesi maggiormente colpiti dalla crisi non è certo facile, ma se si aggiunge l’enorme fuga di capitali verso l’estero allora la missione diventa quasi impossibile. L’effetto diretto è che l’economia reale di questi Paesi, già zoppicante per la lunga recessione, rischia di finire letteralmente a secco. Ma dove sono finiti tutti questi soldi? Visto che nei Paesi dello zoccolo duro dell’eurozona, come Germania e Francia, si è assistito ad un contemporaneo aumento di 300 miliardi di liquidità, i conti sono presto fatti.

A pagare le conseguenze di questa fuga di capitali rischia di essere l’intera moneta unica (quindi con ricadute in tutti i Paesi dell’eurozona). “Questa fuga di capitali sta portando alla disintegrazione dell’eurozona e a una maggiore divergenza tra centro e periferia d’Europa”, ha detto Alberto Gallo, capo dell’European credit research del Royal Bank of Scotland Group Plc, uno dei primi istituti di credito europei ad essere stati colpiti dall’ondata delle subprime americane nel settembre 2008.

“Il risultato è che le aziende devono pagare una o due volte in più per avere dei prestiti nei Paesi periferici. In questo modo rilanciare la crescita diventa impossibile”. Ma diamo qualche cifra: in Spagna la banca più grande del Paese, il Banco Santander, lo scorso luglio ha perso ben il 6,3 per cento dei suoi depositi domestici mentre il Banco Popular Espanol ha perso addirittura il 9.5. In Grecia l’Eurobank Ergasias ha visto un calo del 22 per cento dei depositi cliente e l’Alpha Bank ben il 26 per cento, entrambi in un solo anno.

Inutile dire che anche il consumatore finale ne paga le conseguenze. Con meno soldi nel circuito bancario di un Paese, anche i cittadini devono pagare più interessi per avere un prestito (anche se le cause che fanno aumentare gli interessi bancari sono molteplici). Ecco allora che in Grecia gli interessi per un prestito a luglio era del 7 per cento, in Spagna del 6 per cento e in Italia 6.2 per cento (dati Bce). Per capire quanto questi tassi sono alti basta confrontarli con quelli tedeschi, francesi e olandesi (4 per cento).

Molte le ragioni di una simile fuga di capitali. Alla paura che si è impossessata dei grandi investitori internazionali, va aggiunta una progressiva minora esposizione delle banche tedesche e francesi, precedentemente piene di titoli greci, molto di più di quanto non lo fossero quelle italiane (il che giustifica l’interesse della Germania nei conti pubblici greci). Stesso discorso si può fare per l’acquisti di titoli greci, spagnoli e italiani, molto meno appetibili che in passato sul mercato internazionale. Una situazione allarmante anche per il Fondo monetario internazionale, che avvisa in una nota come “la disintegrazione finanziaria annulla i benefici economici portati dalla moneta unica”.

Ed ecco che il circolo, tanto per cambiare, diventa vizioso: la divergenza finanziaria tra cento e periferia alimenta la divergenza economica e viceversa. “Finché le aziende e i consumatori non si convinceranno che l’euro sopravviverà, nessuno investirà nella periferia”, dice David Powell, economista di Bloomberg.

Ed ecco che ancora si guarda con speranza a Francoforte. Negli ultimi due anni, ben prima dell’annuncio di Draghi del 6 settembre in merito all’Omt (Outright Monetary Transactions), la Bce aveva iniettato ben 820 miliardi di euro nei quattro Paesi in questione più l’Italia attraverso l’acquisto di titoli di Stato, sostituendosi in questo modo ai grandi investitori in fuga. Ma attenzione, l’intervento della Bce potrebbe paradossalmente aiutare soprattutto il centro Europa (Francia e Germania) lasciando sullo sfondo l’intervento a sostegno della periferia.

Secondo Edward Harrison, analista economico al Global Macro Advisors, lo scopo machiavellico dei ’falchi d’Europa’ (Paesi economicamente più forti) sarebbe quello di spostare sulla Bce il rischio finanziario che incombeva finora sui propri istituti di credito, soprattutto per l’alta esposizione nei Paesi periferici.

La soluzione dovrebbe essere ancora una volta la proposta di unione bancaria pubblicata la settimana scorsa dalla Commissione europea. Nell’ottica di Bruxelles e di Francoforte, questa unione – con un l’acquisto da parte della Bce dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, garanzie sui depositi, un regolatore e supervisore centrale e un meccanismo di intervento per le cosiddette ’bad banks’ supportato da un fondo comune europeo – dovrebbe ridurre tutti i rischi dall’alto della catena finanziaria giù giù fino al consumatore finale. Ma la strada per l’adozione e la messa in pratica di questa proposta è lunga e irta di ostacoli. Intanto i capitali continuano a fuggire dalla periferia d’Europa.

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