Crisi dell’Euro o crisi della politica?

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L’Indro.it
Se una lezione si può trarre dalle elezioni in Grecia della scorsa domenica, questa non va di certo a vantaggio della politica. Quello che sembrava un enorme referendum sull’Euro o la Dracma, l’esito del quale avrebbe potuto determinare le sorti della moneta unica anche negli altri Paesi, si è rivelato alla fine un enorme buco nell’acqua. La vittoria (risicata) della formazione di centrodestra Néa Dimokratía di Antonis Samaras contro il partito di estrema sinistra Syriza di Alexis Tsipras, sostanzialmente non ha cambiato un bel niente né ad Atene né nel resto d’Europa. Sarà che lo sguardo di tutti era ormai già diretto verso la Spagna, sarà che la Grecia era già data per spacciata, ma la crisi dell’Euro è non è mai stata così acuta.
D’altronde una cosa non va dimenticata: la crisi dell’Eurozona è ed è sempre stata una crisi economica, non politica. La corruzione o il precario equilibrio budgetario di alcuni Stati hanno semmai aggravato la situazione nei Paesi più periferici, ma non sono di certo l’origine della crisi. Lo ha detto a chiare lettere oggi il Presidente della Commissione europea Manuel José Barroso al G20 di Los Cabos in Messico, rispondendo stizzito come non mai a chi gli faceva notare che a pagare la crisi dell’Europa non può essere il Nord America. “La crisi europea non è stata originata in Europa” bensì “importata proprio dal Nord America” e “il nostro intero sistema finanziario è stato contaminato da pratiche non ortodosse di alcuni settori del mercato finanziario”. Insomma, secondo Barroso, la responsabilità non è assolutamente politica. Gli si potrebbe dare ragione. Ma allora, si potrebbe anche dedurre, la soluzione non può essere politica, o almeno non esclusivamente.

Ma torniamo alla Grecia. Il mancato risollevamento dei mercati in seguito alle elezioni greche, nel quale solo i più ottimisti avevano sperato davvero, mostra chiaramente quanto impotente sia la politica di fronte alla situazione economica attuale. A nulla sono servite le affermazioni di Barroso circa “la volontà europea di aiutare il Paese” o quella dell’imminente nuovo leader del Paese Antonis Samaras circa l’impegno ad andare avanti con le riforme. I mercati restano nel caos. Da Bruxelles, intanto, il portavoce del Commissario agli Affari monetari Olli Rehn, fa sapere che la Commissione “ha stabilito un secondo programma” per quanto riguarda la Grecia e che quindi “non è previsto nessun nuovo memorandum di intenti” (lista delle misure che Atene deve implementare, ndr). Insomma, niente ritardi o altri pagamenti ad Atene, una notizia che sui mercati ha pesato molto di più dell’ elezione di Samaras e dell’annuncio di una grande coalizione (destra + sinistra) per governare il Paese. Niente soldi, niente tranquillità. Checché, appunto, ne dica la politica.

Stesso discorso vale per la Spagna. Il governo Rajoy è tutto fuorché instabile e le elezioni sono lontanissime visto che il suo insediamento è avvenuto lo scorso novembre. Eppure la tempesta bancaria infuria. La Banca di Spagna ha detto proprio oggi che “le sofferenze bancarie” del Paese sono cresciute dell’8,72% in aprile raggiungendo il punto massimo dal 1994. L’annuncio dei 100 miliardi di euro prestati a Madrid da parte dei Ministri dell’Eurozona aveva fatto ben sperare, ma finché quei soldi non arriveranno concretamente in Spagna sarà difficile vederne gli effetti. E già si parla del bisogno di altri finanziamenti. Una questione off limits, visto che la Germania ha fatto capire di aver già dato abbastanza e che l’Olanda è in piena campagna elettorale. Insomma gran poche aperture all’orizzonte.

E rieccoci a Bruxelles. Più le politiche nazionali dimostrano la loro impotenza di fronte ai macro fenomeni economici che stanno sconvolgendo il continente, più Bruxelles potrebbe colmare il vuoto e prendere quelle misure indispensabili per quella stabilità perduta per la quale i capi di Stato e di Governo si affannano da mesi. Un compito tutt’altro che facile vista la mancanza di una Banca centrale vera, un’integrazione bancaria comunitaria, un bilancio europeo adeguato, e una struttura politica alle spalle capace di prendere decisioni in modo autonomo.
Che sia proprio una più integrata ’politica europea’ l’unica soluzione alla crisi economica dell’Euro?

 

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