C’era una volta il Paese dei cedri

0

L’Indro.it
Dici Libano e vengono in mente i cedri, il mare e assolate spiagge medio orientali. Vai in Libano e quello che trovi è cemento, traffico selvaggio e discariche immense a cielo aperto. Resta il sole, questo ancora non è stato rovinato.
È il Libano che non ti aspetti e che non avresti mai pensato di vedere quello che invece ti trovi davanti in un viaggio di dieci giorni, più che sufficienti per percorrere un Paese di poco più di 10mila e 400 chilometri quadrati. Al pericolo della rivoluzione siriana che incombe quotidianamente sul Paese, alla mai risolta disputa con Israele e al conflitto religioso latente tra le numerose comunità confessionali cristiane e musulmane, si aggiunge un vero e proprio disastro ambientale che non risparmia niente, il Sud come il Nord, e trova il suo apice a Beirut, cattedrale di cemento dove dei millenni di storia passati è restato davvero molto poco.

Beirut è in una parola ’cemento’. Il cemento delle enormi strade e 6 corsie che la attraversano in lungo e il largo, il cemento che ricopre il litorale fino a pochi metri dal mare, ma soprattutto il cemento dei palazzi da 10, 20 e anche più piani disseminati ovunque e che continuano a spuntare come funghi, schiacciano con la loro ombra gli edifici antichi e le case d’arte architettonica testimoni di un passato molto lontano.

Secondo l’associazione ’Salviamo l’eredità di Beirut’, nel 1986 c’erano 2400 edifici iscritti sulla lista nazionale del patrimonio da preservare. Nel 2012 non ne sono rimaste più di 240. Questo perché banche e grandi investitori finanziano costruzioni non stop di enormi e modernissimi grattacieli, alcuni futuristici e con appartamenti da 700 metri quadrati e del valore anche di un milione di euro, impossibile resistere. Tant’è che in città le gru non si contano più, sul litorale come in piena città, Beirut è un enorme cantiere. Eppure sono ancora visibili le vecchie case da uno o due piani finemente decorate, molte abbandonate, e qualche palazzo martoriato dai proiettili e dai bombardamenti dell’ultima guerra con Israele del 2006.

Il lungomare non è da meno. Impossibile trovare una spiaggia degna di questo nome per chilometri e chilometri. A Beirut non ’si va al mare’, se non per immergersi in una piscina a qualche metro dal Mediterraneo all’interno di un lussuoso ed esclusivo resort. Eppure nel porto della città gli yacht non si contano, così come i locali di lusso e gli hotel a cinque stelle.

Non va meglio nel sud del Paese, direzione Sayda (Sidone), anzi. Un’enorme discarica a cielo aperto si estende per qualche chilometro poco prima di entrare in città. Montagne di rifiuti indiscriminati alte decine e decine di metri nascono la vista del mare. Entrando in città costeggiando il lungomare bisogna tapparsi il naso. Un odore nauseabondo accompagna tutto il litorale più “in” della città a causa delle fognature che scaricano direttamente in mare.

Eppure si tratta sempre del Mare Mediterraneo, lo stesso mare che lambisce deliziosamente le coste greche, italiane, francese e spagnole. Lo stesso mare irriconoscibile alla vista e all’odorato. E ancora le cose potrebbero andare peggio. Recenti analisi del sottosuolo al largo delle coste libanesi hanno rilevato la possibilità di vasti giacimenti di gas e petrolio, quanto basta per dare il via a trivellazioni indiscriminate e frenetiche che fanno già tremare gli ambientalisti di tutto il bacino mediterraneo. Anche Greenpeace ha recentemente prestato attenzione al rischio estrazioni selvagge di greggio e metano da parte di voraci uomini d’affari libanesi già oggi così poco rispettosi del proprio territorio di fronte al business. Inutile dire, ricordano le associazioni, che un eventuale disastro petrolifero tra il Libano e Cipro soltanto lontanamente simile a quello del golfo del Messico rovinerebbe per sempre il cosiddetto mare nostrum, chiuso e privo di correnti come quelle oceaniche.

Per trovare un paesaggio ben conservato bisogna salire in montagna. Terra originaria delle comunità musulmane sciite, cristiane maronite e di quella drusa, il Monte Libano presenta ancora un fascino incontaminato, ma non ovunque. Il business dello scii e della stagione turistica invernale ha investito buona parte della montagna, con conseguenti palazzoni e onnipresenti gru ritagliarsi il loro spazio tra gli alberi secolari. E poi centinaia di ruspe che scavano per ricavare le tonnellate di pietra indispensabili per le costruzioni cittadine rendono il monte popolato a tratti solo dagli operai e dai camionisti addetti al trasporto.

Per trovare il verde incontaminato e i piccoli villaggi tipici bisogna entrare nella regione dello Chouf, la parte della montagna popolata principalmente dai drusi. Qui le ruspe non sono ancora arrivate, e le strade, piccole e coerenti con il paesaggio, sono contornate da pini e altri sempreverdi. Questo lo si deve alla famiglia Joumblatt, una delle famiglie più importanti del Libano, e di cui fanno parte importanti uomini politici del presente e del passato, come Kamal e Walid, che hanno messo il loro veto alla distruzioni della loro regione. Si la politica, questo a sentire la gente è uno dei problemi più grossi del Paese e l’unica vera potenziale soluzione, se non fosse così corrotta e spaccata tra le diverse comunità religiose.

Infine i cedri. Il Libano dovrebbe essere il ’Paese dei cedri’ se non fosse che di questi alberi non ne restano più tantissimi. Per vederne di belli bisogna inerpicarsi nella regione di Bcharré, nel Nord della montagna, nella ’foresta di Dio’. Qui ce ne sono 1 con più di 3000 anni, 10 millenari e 363 secolari. Una volta erano molti di più. Tutto attorno interessati commercianti vendono souvenir ai turisti, oggetti e chincaglieria varia fatta a mano, ovviamente di legno.

Leave A Reply