#Bulgaria e #Romania, il “Far-East” d’Europa in cerca di riscatto

0

Pubblicato su L’Arena di Verona
SchengenRomania e Bulgaria rappresentano in un certo senso il “Far-East” europeo. Entrate per ultime nell’Unione europea – con l’esclusione della Croazia entrata nel luglio 2013 – i due Paesi presentano varie arretratezze dal punto di vista economico e sociale, dovuto per la Romania alla lunga dittatura del regime di Nicolae Ceaușescu e per la Bulgaria all’oppressiva influenza dell’Unione Sovietica.

Bulgaria, povertà, malavita e corruzione – La Bulgaria resta il Paese più povero dell’Ue, con una media salariale di circa 300 euro al mese, davvero poco anche di fronte al costo della vita locale, tanto più che con l’impennata del costo dell’energia alcune famiglie si sono trovate a ricevere bollette da 100 euro al mese poi bruciate in massa nelle manifestazioni di piazza del febbraio 2013 che hanno preceduto e provocato le dimissioni dell’allora Premier di centro destra Bojko Borisov. Alla povertà dei cittadini, fa da contro altare una classe politica avvezza a scandali di corruzione e legami con il crimine organizzato. Secondo l’Indice di percezione della corruzione dell’associazione Transparency International, nel 2013 la Bulgaria era il secondo Paese Ue più corrotto, dopo la Grecia e poco prima di Romania e Italia. Una corruzione che riguarda da vicino le sfere più alte della politica, come i due ministri del precedente governo Borisov, Tsvetan Tsvetanov e Miroslav Naydenov, accusati di aver ricevuto svariate tangenti. Nemmeno le delocalizzazioni aziendali verso la Bulgaria – perfino dalla vicina Grecia – sono servite a spingere verso la crescita l’economia del Paese. Tasse più basse, minor costo dei terreni e salari inferiori non hanno migliorato la vita dei bulgari, il cui PIL pro capite in standard di potere d’acquisto (SPA) è del 47 per cento (UE=100). Alle prossime elezioni europee, i sondaggi vedono in vantaggio il partito socialista Koalitsiya za Bulgaria (33 per cento) rispetto al principale di centro destra Grazhdani (29 per cento).

Romania, terra di emigranti – La situazione economica della Romania – ilnome “Romania” deriva dall’aggettivo latino “romanus”, ovvero “romano” – non è certo più rosea. Il PIL pro capite in standard di potere d’acquisto (SPA) è di poco superiore a quello bulgaro, al 50 per cento della media europea. La disoccupazione, invece, è relativamente bassa, 7,2 per cento a fronte di una media europa del 10,5 per cento, ma questo è sicuramente anche dovuto all’alta percentuale di giovani rumeni che lasciano il loro Paese in cerca di lavoro altrove. Basti pensare che in Italia i rumeni regolari sono 1.072.342 (dati 2013) e costituiscono in questo modo la prima comunità immigrata per grandezza (seguiti da marocchini, albanesi e cinesi). L’economia del Paese presenta una spiccata vocazione agricola, con ben il 29 per cento di occupati nel settore, a fronte della media del 5 per cento dei 28 Paesi Ue e del 3,5 per cento dell’Eurozona (dati Eurostat). Non a caso il Commissario Ue rumeno, Dacian Ciolos, detiene a Bruxelles il portafogli proprio dell’agricoltura ed ha recentemente espresso il desiderio di prolungare il suo mandato. Un’agricoltura profondamente diversa da quella tipica italiana, ovvero maggiormente estensiva e non contraria agli OGM. Alle prossime elezioni europee, Bucarest dovrebbe esprimere una schiacciante maggioranza socialista, con il partito Uniunea Social Democrată dato nei sondaggi al 42,5 per cento.

Bulgari e rumeni, lo spauracchio dell’immigrazione intra comunitaria

Quando si parla di immigrazione all’interno dei Paesi Ue, vengono in mente subito bulgari, rumeni e tanti pregiudizi. In un’Europa sempre più conservatrice e in piena crisi economica (disoccupazione media al 10,5 per cento), spesso l’arrivo di lavoratori da Bucarest e Sofia viene vissuta con qualche mal di pancia per non dire palese astio dall’opinione pubblica del Paese ospitante. Ancora nel 2011, Germania e Francia (allora all’Eliseo c’era Nicolas Sarkozy) fecero fronte comune per impedire l’ingresso dei due Paesi all’interno dello spazio di libera circolazione Ue di Schengen che prevede, tra le altre cose, l’abolizione dei controlli per le persone alle frontiere interne. Si trattò di un tentativo legale di frenare l’integrazione dei due Paesi “scomodi” dopo le espulsioni di massa dei Rom (che rappresentano solo una minoranza della popolazione bulgara e rumena) del settembre 2010 da parte della Francia di Sarkozy. Ma la stessa avversione nei loro confronti la si trova oggi oltre la Manica. Il No all’ingresso di bulgari e rumeni – con l’aggiunta dei polacchi – è diventato uno dei capi saldi della campagna elettorale per le prossime elezioni europee nel Regno Unito, dove il partito euroscettico UKIP di Nigel Farage caldeggia a gran voce un blocco del loro ingresso e una limitazione ai sussidi sociali di chi è già entrato. Proprio nel Regno Unito, il dibattito sull’ingresso di bulgari e rumeni ha raggiunto tali proporzioni che anche i tories (conservatori) del Premier David Cameron hanno assunto posizioni piuttosto radicali, nonostante le cifre ufficiali mostrano una chiara diminuzione di questi immigrati nei primi mesi del 2014. Discorso a parte meritano i “Rom”, uno dei principali gruppi etnici della popolazione di lingua “romanes/romani”originaria dell’India del Nord. Erroneamente si identificano spesso i Rom con i rumeni, mentre questa popolazione conta nel Paese solo 619mila persone su 21 milioni e mezzo di abitanti (371mila su 7,5 milioni in Bulgaria). Si tratta di una delle minoranze più discriminate in Europa e oggetto da una parte di una forte retorica reazionaria e dall’altra di numerosi progetti comunitari finalizzati alla loro integrazione. @AlessioPisano

Leave A Reply