Berlino detta legge

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L’Indro.it
La Germania ci ha provato ancora, e in un certo senso ce l’ha fatta un’altra volta. La Cancelliera tedesca Angela Merkel è arrivata al vertice europeo di giovedì e venerdì scorso con la “proposta indecente” di un super commissario europeo con poteri di veto sui bilanci nazionali e se n’è andata con il freno tirato sulla ricapitalizzazione delle banche in difficoltà. I precedenti vanno dalle condizioni dettate all’istituzione del fondo Ems a quelle del piano anti spread, fino all’ingerenza diretta nella politica interna dei Paesi in difficoltà come la Grecia. Ancora una volta la Germania si conferma protagonista in Europa e regista dell’Unione che verrà, nel bene e nel male.
Al Consiglio europeo del 18 e 19 ottobre a molti è sembrata quasi una sparata. Ma Angela Merkel faceva sul serio quando ha detto che Berlino vorrebbe un super commissario europeo con  potere di veto sui bilanci nazionali dei Paesi dell’eurozona. D’altronde non è la prima volta da quando la crisi è scoppiata che la Germania chiede un forte accentramento di poteri economici e monetari a Bruxelles. Nelle intenzioni tedesche questo commissario dovrebbe valutare i bilanci dei 17 Paesi Euro e dare loro il via libera o meno a seconda della situazione di deficit e debito pubblico. In parole povere, Berlino vorrebbe che su tutte le finanziarie dell’eurozona (Italia compresa) fosse apposto, o meno, il timbro europeo. Una proposta che ha fatto a dir poco trasecolare il Presidente francese François Hollande, che ha scartato la possibilità come una boutade non appena sceso dall’auto che lo ha condotto all’ingresso del summit europeo. A summit concluso anche il Premier italiano Mario Monti ha detto che la proposta tedesca è stata accolta “piuttosto freddamente” dagli altri capi di Stati e di Governo.

Ma si è trattato davvero di una boutade? Forse, ma di sicuroo fuori luogo. Se non fosse altro che l’Ue ha già preso dei grossi provvedimenti legislativi mirati a rafforzare la solidità dei bilanci dei Paesi zona euro rispettandone allo stesso tempo la sovranità economica. Si tratta del famoso “six pack” (già in vigore) e del successivo “two pack” (in discussione presso le istituzioni europee) che hanno come obiettivo principale quello di rafforzare il Patto di Crescita e Stabilità europeo (SGP) prevedendo, tra le varie cose, che i bilanci dei Paesi membri (tutti i 27 con delle aggiunte per i Paesi zona euro) convergano verso gli obiettivi di medio termine (MTO) suggeriti dalla Commissione europea con l’obiettivo del deficit al 3 percento e del debito pubblico al 60 per cento. Sempre il six pack prevede misure sia preventive che correttive per quei bilanci che non andassero in questa direzione, contemplando addirittura la possibilità di sanzionare il Paese che dovesse trasgredire agli obiettivi (Excessive Deficit Procedure EDP). Come se questo non fosse abbastanza, l’Ue ha messo sul tavolo anche il cosiddetto “two pack”, attualmente sotto negoziazione, e che si applicherebbe ai soli Paesi dell’eurozona rafforzando sostanzialmente la capacità d’intervento della Commissione e la disciplina di bilancio dell’intera Ue. Per non parlare poi del “fiscal compact”, il tormentato nuovo trattato di bilancio firmato in via intergovernativa (non comunitaria come i pack) lo scorso marzo e più o meno con gli stessi obiettivi.

Ma allora a cosa mirava davvero la Germania con la proposta del super commissario? Diplomatica la risposta dei servizi della Commissione: “Si tratta di un importante contributo al dibattito in corso sulla futura Unione monetaria europea EMU”. Tuttavia voler dare “diritto di veto” a un ipotetico super commissario va ben al di là di un “prezioso contributo”. Tuttavia, guardando l’attualità degli ultimi mesi, non ci si stupisce. La Germania ha condizionato pesantemente, se non dettato, i principali provvedimenti presi dall’Ue per uscire dal guado della crisi. Praticamente suo il fiscal compact, per certi versi una fotocopia di quanto la Commissione, con i suoi “pack”, aveva già chiesto in termini di stabilità di bilancio. Poi le regole del gioco del nuovo fondo salva Stati Ems, appeso fino all’ultimo al filo della sentenza della Corte federale tedesca e alla cui direzione alla fine è finito, guardo caso, un tedesco ex membro del board Bce.

E poi l’ingerenza diretta in questioni di politica nazionale di alcuni Paesi europei. Dai “compiti a casa” dati all’Italia ancora nel novembre 2011, condizione imprescindibile per poter un giorno usufruire del piano anti sprad della Bce, alla clamorosa intrusione nella politica nazionale greca alla vigilia delle elezioni, con il ministro alle Finanze tedesco che ha avuto l’ardire di giudicare pubblicamente “non opportuna” la chiamata alle urne di Atene.

Ma tutto questo, compresa la proposta di un super commissario Ue ai bilanci, va verso una maggiore integrazione europea, si potrebbe obiettare visto che questi poteri la Germania cerca di trasferirli a Bruxelles e non Berlino. La tesi potrebbe quasi reggere se non fosse che la stessa Germania si è opposta con altrettanta determinazione all’immediata diretta ricapitalizzazione delle banche in difficoltà tramite l’Ems, alla proposta di concedere altri aiuti finanziari alla Grecia (oltre quelli sufficienti a ripagare i debiti con i grandi creditori, in maggior parte tedeschi e francesi) e all’intenzione della Commissione europea di mettere subito sotto controllo tutte le seimila banche d’Europa nel contesto della nuova unione bancaria europea, compresi gli istituti di credito regionali che Berlino vorrebbe tanto mantenere fuori dall’ombrello della nuova supervisione europea.

Insomma quella tedesca sembra sempre più un’integrazione “a doppio senso”, che da un lato unisce e dall’altro divide, ma sempre secondo l’ottica tedesca.

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