#Benelux, il cuore dell’Ue in preda alle fibrillazioni

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Pubblicato su L’Arena di Verona
FRANCE-EU-EP-STRASBOURG-FLAGSRicco, piccolo e pieno di contraddizioni. E’ la regione del Benelux (Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo), che oltre ad ospitare la capitale d’Europa, Bruxelles, è il teatro delle principali sfide ed opportunità della stessa Unione europea. Tra spinte separatiste, crescita dei movimenti e partiti di estrema destra, forte immigrazione, concentrazioni bancarie e finanziarie, il Benelux resta il cuore geografico e politico di un’Europa in fermento e in rapido cambiamento.
Il Belgio, la secessione nel cuore d’Europa. Proprio nel Paese che ospita le principali sedi delle istituzioni europee (insieme a Lussemburgo, Francia e Germania) si concentra uno dei movimenti separatisti più intensi d’Europa. La regione delle Fiandre, il nord ricco e produttivo del Paese, mal sopporta la coabitazione forzata sotto la stessa bandiera con la Vallonia, il sud povero ed orfano di un’intensa attività estrattiva e un tempo il vero motore economico del paese. Il partito separatista N-Va (Nuova alleanza fiamminga) dopo l’ottimo risultato alle elezioni federali del giugno 2010 ha impedito ogni accordo politico e lasciato di fatto il Paese senza un governo per quasi due anni (record mondiale). Guidato da Bart De Wever, il cosiddetto “leone delle Fiandre” diventato poi sindaco di Anversa, la N-Va ha dato voce al risentimento storico dei 6 milioni di fiamminghi (su 11 milioni di belgi totali) che mal sopportano i cugini valloni e la maggioranza socialista degli ultimi governi, secondo loro troppo assistenzialisti. L’abdicazione di re Albert II lo scorso luglio e la successione del figlio Philippe, poco amato e stimato dai suoi connazionali, non ha di certo aiutato la causa del Belgio unito, tanto che ormai l’unico a dare ancora senso al motto nazionale “l’union fait la force” (l’unione fa la forza) è il capitano della nazionale di calcio Vincent Kompany, nato a Bruxelles e di origini congolesi. Quest’anno in Belgio si voterà non solo per le elezioni europee ma anche per quelle regionali e federali, e già si scommette su un’altra lunga impasse politica.

Paesi Bassi, tra liberalismo ed estremismo. La situazione economica e politica dei Paesi bassi è sostanzialmente frutto della lungimiranza politica che ha visto tutta una serie di riforme messe in atto ben prima dello scoppio della crisi economica nel 2008. Questo non ha messo il Paese del tutto al riparo dalla recessione e dalle conseguenti misure di austerità, come il taglio di 16 miliardi di euro in quattro anni preventivati dal nuovo governo succeduto alla crisi dell’ottobre 2012 – tagli sostanziali alla spesa sociale, aumento dell’età pensionabile e sussidi di assistenza sanitaria più difficile da ottenere – ma gli ha permesso di attraversare indenne gli anni più duri. I Paesi Bassi restano infatti un Paese a “tripla A” ovvero affidabile sui mercati e potente al tavolo dell’Eurogruppo europeo (riunione tra i 17 ministri delle finanze della zona euro), tanto da aggiudicarsene la presidenza nel gennaio 2013 con il 46enne Jeroen Dijsselbloem. Dal punto di vista politico, i Paesi Bassi restano uno dei pochi Paesi in Europa dove i liberali – il partito del Premier Mark Rutte – non sono crollati nei consensi tanto da aggiudicarsi la guida di Amsterdam alle recenti elezioni amministrative e da scalzare il partito laburista Partij van de Arbeid. Ma il vero boom, specie alle prossime elezioni europee, rischia di farlo il partito estremista e xenofobo del solito Geert Wilders, non nuovo alle cronache per il suo dichiarato anti islamismo e fresco fresco di attacco alla comunità marocchina residente nei Paesi Bassi.

Lussemburgo, piccolo paese grandi banche. Il Lussemburgo resta uno dei paesi più ricchi d’Europa, con una percentuale alta di frontalieri (stranieri che fanno i pendolari per lavoro) e bassa di disoccupazione, un misero 6.1% nel febbraio 2014 (a fronte della media Ue dell’11.9%). Il Pil è in proporzione il più alto d’Europa e nel 2013 ha registrato una crescita del 2.1%. Inutile dire che l’economia del Paese è solidamente basata su un sistema di agevolazioni fiscali per grandi multinazionali e bancario quasi unico nel continente, ovviamente con l’eccezione della Svizzera. Per questo crescono i malumori nei confronti di quell’Europa che ha imposto, diplomaticamente, il passaggio allo scambio automatico di informazioni in materia fiscale, a partire dal 1 gennaio 2015. Secondo Statec, l’istituto nazionale di statistica e studi economici, il granducato potrebbe infatti perdere alcune migliaia di posti di lavoro (su una popolazione totale di 531.000 abitanti) e circa 15 miliardi di attivi in gestione (il 5% del totale). Unica notizia positiva da Bruxelles, la possibile elezione a presidente della Commissione europea di Jean-Claude Juncker, candidato popolare e protetto della Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Geert Wilders, l’estremismo non tramonta mai

Geert Wilders è uno degli uomini politici meno polically correct del continente. E come lui il suo partito, il Partij voor de Vrijheid (Partito della libertà). In un discorso tenuto all’Aja in occasione delle recenti elezioni comunali (poi perse), Wilders ha apertamente arringato la folla chiedendo se questa volesse “più o meno marocchini in Olanda e in questa città”. Al coro di condanne pubbliche ricevute, il PVV ha visto l’ennesima impennata nei sondaggi, tanto che alle prossime elezioni europee è dato come secondo partito del Paese con il 17,4 % dei consensi. I cinque deputati eletti – tanti ne prevedono i sondaggi – andranno a Bruxelles per formare un nuovo gruppo euroscettico al Parlamento europeo insieme al francese Front National di Marine Le Pen, al belga Vlaams Belang (partito estremista e separatista belga) e altre formazioni di estrema destra. Nonostante le condanne morali nazionali ed internazionali, Geert Wilders imperversa sulla scena politica olandese ed europea da anni. Unico capo di partito ad esservi visto negare l’ingresso in un Paese Ue (la Gran Bretagna il 10 febbraio 2009) per questioni di ordine pubblico, Wilders fa dell’anti islamismo, dell’euroscetticismo e del no all’immigrazione, i capisaldi della sua retorica politica. Immancabile, in chiave europea, la richiesta di referendum per l’uscita dall’euro e il ritorno al fiorino olandese. Nel 2006 ha pubblicato il suo manifesto politico Klare Wijn dove sostiene che il Parlamento europeo andrebbe abolito, sottolinea le radici cristiano-giudaiche dell’Europa e propone una stretta ferrea sull’immigrazione. Politicamente ha sempre cercato di marcare la sua differenza con i movimenti dichiaratamente fascisti ed economicamente è un ultra liberista. Tra le sue frasi più celebri risulta l’equiparazione del Corano al Mein Kampf di Adold Hitler.

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