Banche, questo divorzio non s’ha da fare

0

Pubblicato su Left del 9-16 febbraio 2013
Italy Finacial CrisisIl copione ormai è risaputo: loro speculano, si arricchiscono, al contempo falliscono o quasi, e a pagare sono i cittadini tramite le casse dello Stato. Sono le grandi banche europee, protagoniste assolute dell’annus horribilis della finanza continentale. Scandalo più o scandalo meno, nel 2012 quasi tutti i colossi del credito europeo sono stati toccati da inchieste, truffe, multe e buchi milionari. Ciononostante i manager delle grandi banche hanno mantenuto i propri stipendi d’oro o alla peggio qualcuno è stato allontanato con buonuscite a sei zeri. Nel frattempo, tra aiuti di Stato e risparmi appesi al filo, ad aprire il portafogli è sempre il cittadino-contribuente che, vuoi per il principio “too big to fall” (troppo grande per cadere) vuoi per quello “too big to jail” (troppo grande per andare in galera), è l’unico a pagare le conseguenze di una finanza da Far West.
A Bruxelles queste cose si sanno eccome. Il cortocircuito per cui debito bancario diventa debito pubblico, e a colmare i buchi milionari degli istituti di credito ci deve pensare lo Stato con i soldi dei contribuenti, aveva portato nel febbraio 2012 alla formazione di un gruppo di undici esperti guidato dal finlandese Erkki Liikanen con la missione di studiare le mosse per prevenire eventuali future crisi del settore finanziario e le conseguenti ricadute sulle casse pubbliche, i risparmi dei contribuenti e il finanziamento dell’economia reale. Detto fatto. Lo scorso ottobre il gruppo ha consegnato alla Commissione europea 150 paginette contenenti cinque misure facili facili per prevenire terremoti finanziari come quello che sta scuotendo l’Europa da tre anni a questa parte. Una di queste misure, anzi la principale, prevede la netta separazione legale tra attività di credito e quella di trading finanziario, per evitare che le perdite delle banche compromettano i risparmi dei suoi clienti. “E’ ora di porre fine al sistema in cui si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite”, aveva detto Liikanen alla presentazione del dossier. Impossibile non essere d’accordo.

Ma ad annacquare l’urgenza di questa separazione è stato in questi giorni lo stesso Commissario Ue al Mercato Interno Michael Barnier, che al World Economic Forum di Davos ha detto di non volere “penalizzare le banche che stanno lavorando nell’interesse dell’economia e dell’industria”. In parole povere, secondo Barnier non si possono mettere i bastoni nelle ruote delle banche per non minacciare la crescita dell’economia europea. Una vera follia secondo Marco Mazzuchelli, senior advisor della banca svizzera Julius Baer e membro italiano del gruppo Liikanen, secondo il quale non si può pensare alla crescita prima di aver risolto i problemi del passato. Secondo Mazzuchelli, costruire un recinto di protezione attorno alle attività più rischiose di una banca, come l’attività di compravendita in proprio, il mercato dei derivati, il prestito ed esposizione non garantire verso gli hedge fund, gli investimenti strutturati e i private equity, avrebbe impedito crack come quello della Monte Paschi di Siena.

Si perché, a ben guardare, le banche che secondo Barnier starebbero aiutando la crescita in Europa, non stanno di certo attraversando un momento felice. Se in Italia abbiamo lo scandalo milionario di MPS, che deve ancora riscuotere i 3,9 miliardi di euro accordati dal governo lo scorso dicembre, negli altri Paesi non va meglio. Partiamo dalla Deutsche Bank, che si ritrova il fiato della Bundespolizei sul collo per speculazioni con mutui, tassi di interesse e derivati e un buco di quasi 2,2 miliardi di euro nell’ultimo trimestre 2012. Per completare il cerchio una pioggia di cause legali legate anche alla manipolazione del tasso di interesse interbancario Libor. Quanto basta per decurtare la paga dei suoi vertici? Ni, visto che i top manager riceveranno solo una decurtazione dei propri bonus del 15-20% e l’Ad, Josef Ackermann dovrebbe conservare il maxi stipendo di 6 milioni e 298mila euro del 2011.

Non meglio va negli altri Paesi. Prendiamo i casi più recenti. Il francese Crédit Agricole, che in Italia controlla Cariparma, chiuderà l’esercizio 2012 con una perdita colossale, probabilmente superiore a 5 miliardi di euro, e si trova anch’essa sotto indagine insieme alla Barclays, Royal Bank of Scotland, HSBC Société Générale e Deutsche Bank per lo scandalo Libor. Doveroso, a questo punto, oltrepassare la Manica, dove dopo lo scandalo del Libor (manipolazione del London Inter bank Offered Rate, ovvero il tasso di prestito interbancario che incide anche sul calcolo degli interessi dei mutui), le banche inglesi tornano nella bufera per lo scandalo derivati, con il Financial service authority (la Consob britannica) che ha rivelato come 9 contratti su 10 siano irregolari. E intanto in Spagna prosegue il processo per truffa ai danni di 35 dirigenti di Bankia, tra cui l’ex presidente Rodriguo Rato, e della sua holding Banco Financiero y de Ahrros, proprio mentre lo scorso dicembre l’istituto riceveva 37 miliardi di aiuti in arrivo dall’Europa e mandava a casa circa 6000 dipendenti.

Tuttavia come dice Barnier, riecheggiando le intenzioni del ministro dell’economia francese Pierre Moscovici e di quello alle finanze tedesco Wolfgang Schauble che almeno su questo punto sembrano essere d’accordo, la divisione tra trading e risparmio in Europa “non sa da fare” per non compromettere una crescita economica che solo lui sembra vedere.

@AlessioPisano

Leave A Reply