Angela Merkel, Europe calling

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L’Indro.it
Mentre tutta Europa, e non solo stando alle ultime dichiarazioni di Obama, guardano al summit del 28 giugno come al momento decisivo dove l’Euro e l’Ue “o la va o la spacca”, Angela Mekel se ne esce con un “nessuna decisione importante verrà presa”. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.
Una bella doccia fredda per quanti, greci, spagnoli, portoghesi e tanti altri, guardavano al calendario con speranze per una nuova Europa e un salvataggio questa volta davvero degno di questo nome.
In ballo non ci sono più soldi e fondi, ma una nuova Europa che dovrebbe rinascere dalle ceneri di quella vecchia, fatta di unione fiscale, bancaria e, chissà, un po’ più politica. I presupposti in questi giorni ci sono stati tutti: la Commissione europea ha presentato la sua strategia per salvare la banche europee, Mario Draghi si è rifiutato di tagliare gli interessi della Bce e perfino Cameron e Obama parlano di Eurobond, loro che viaggiano a sterline e dollari.

Il mondo non si deve aspettare “la soluzione finale”, ha detto la Merkel, “di sicuro continueremo a lavorare e a giugno verrà presentato un piano di lavoro, abbiamo bisogno di più Europa”. Già, “più Europa”, un’espressione che si sente dire spesso ma che ormai è difficile definire davvero. Nel caso della Germania, e non è un segreto, più Europa vuol dire più controllo centrale, ovvero di Bruxelles, ovvero di Berlino. Questo nasce dalla diffidenza tedesca nelle capacità dei Paesi del Sud di amministrare i loro bilanci, d’altronde Berlino dopo il crack greco aveva proposto subito di commissariare l’intero Paese, alla faccia dell’integrazione.

“Abbiamo bisogno di più Europa. Abbiamo bisogno non solo di un’unione monetaria, ma anche la cosiddetta unione fiscale, in altre parole una politica budgetaria comune”, ha detto ieri la Merkel. SI tratta di una vecchia ambizione tedesca, quella di centralizzare la gestione di bilancio dell’intera unione allontanandola in questo modo da quei centri, secondo loro, non perfettamente adatti a gestirla (Atene, Madrid, Roma). “Abbiamo bisogno ancora di più di un’unione politica il che significa che dovremmo gradualmente conferire competenze e controllo all’Europa”. Un discordo pienamente federalista (in senso europeo) si penserà, ma l’attualità insegna che le belle parole non costano niente, salvare i Paesi in difficoltà invece costa molto.

Se infatti un’unione fiscale e politica dell’Ue potrebbero essere obiettivi auspicabili ma irrealizzabili nel breve periodo, la crisi finanziaria che scuote oggi la Spagna e domani chissà, ha bisogno di soluzione tempestive. Ed è qui che tornano in campo gli Eurobond, sui quali ancora una volta la Cancelliera non ha speso nemmeno una parola. Questo perché obbligazioni comuni non toglierebbero alcun potere amministrativo al Sud Europa (sogno recondito di Berlino) bensì spalmerebbero il debito di questi Paesi (Italia compresa) su tutta la tavolata europea, un giochetto che forse consterebbe alla Germania la tanto amata tripla A.

E poi c’è la crescita di Hollande. Il piano per stimolare la ripresa economica europea avrebbe dovuto essere a centro tavola nel summit del 28, ma la Merkel ha tirato la tovaglia. Secondo Le Monde, il governo tedesco vorrebbe seppellire la questione con un papello di otto pagine redatto dai tecnicissimi di Berlino che afferma a lettere scarlatte come la crescita si basa soprattutto sulla riduzione del debito. Il documento prosegue sottolineando l’importanza delle privatizzazioni e liberalizzazioni, come nel settore dei trasporti pubblici. Una risposta sonora a piano francese presentato a Berlino dai consulenti economici di Hollande,  Philippe Leglise Costa ed Emmanuel Macron.

Insomma, ancora una volta manca del coraggio. Che per uscire dalla crisi ci vogliano delle scelte dolorose per tutti lo hanno capito anche i sassi, eppure da Berlinon si sta cercando di anestetizzare il contenuto del summit del 28 giugno. Eppure l’economista Wolfgang Munchau lo ha scritto a chiare lettere sullo Spiegel Online: la Merkel (e gli interessi che tenta di proteggere) ha permesso già troppo a lungo alla crisi dell’Euro di deteriorarsi. Eppure, secondo l’economista, un break up della moneta unica costerebbe alla sola Germania circa 1000 milioni di euro. Eppure al summit del 28, “nessuna decisione importante verrà presa”.

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